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Statali, stangata dopo le europee

Non si fa una riforma del lavoro avendo contro i lavoratori. Un assunto su cui più di un sindacato ha costruito battaglie e scioperi nel recente passato contro un altro governo e un altro ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta e la sua riforma «contro i fannulloni». Matteo Renzi quell’assunto lo ha fatto suo e, messi da parte i sindacati, ha lanciato la rivoluzione della pubblica amministrazione con una grande consultazione aperta proprio ai lavoratori pubblici, che riceveranno a giorni una lettera del premier. L’approvazione del consiglio dei ministri slitta al 13 giugno, «così non potranno dire che utilizzo questa riforma per fare campagna elettorale», aggiunge Renzi. Ieri infatti non è stato presentato in conferenza stampa né il disegno di legge delega né il decreto legge sulla pubblica amministrazioni. Il premier, affiancato dalla ministra della pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha elencato i punti chiave della «rivoluzione», gli obiettivi, i capitoli di un articolato che, sempre fonti ufficiose, dicono essere ancora in alto mare. Capitoli che, se diventeranno legge, cambieranno profondamente un sistema che tutti gli indicatori, a partire da quelli internazionali, indicano come una delle cause della bassa produttività del paese. Con incognite però sull’organizzazione del lavoro che ancora sono da chiarire. A partire dal numero degli esuberi: perché tra enti da accorpare, enti da chiudere ed esuberi che già esistono in base a precedenti razionalizzazioni del servizio, gli 85 mila indicati dal commissario per la spending revieew, Carlo Cottarelli, Renzi assicura che «gli esuberi sono un tema che non esiste», e che la riforma è fatta per avere un sistema più efficiente, non per avere risparmi. Intanto c’è il cambio di metodo: a chi lo accusa di essere un decisionista, e di fare manovre elettorali, Renzi risponde rinviando al 13 giungo il sì ai provvedimenti di rivoluzione della pa (sul senato si decide invece il 10 giugno). Quaranta giorni da utilizzare per acquisire i parere dei cittadini e dei lavoratori e «certo, anche dei sindacati, se vorranno», dice Renzi, liquidando così le critiche per aver bypassato il confronto sindacale. Intanto, tra i punti della riforma, c’è il dimezzamento proprio dei permessi sindacali. «Siamo disponibili a modifiche, a miglioramenti, ma la filosofia è che le cose si fanno». Senza i sindacati «la riforma non si fa», avverte Susanna Camusso, segretario della Cgil, perché c’è da gestire revisione di organizzazioni, di strutture sul territorio e non lo si fa con i singoli lavoratori, è il ragionamento. Per Raffaele Bonanni, numero uno della Cisl, «se Renzi ha seriamente intenzione di riformare il pubblico impiego, noi saremo della partita, pronti a confrontarci con le nostre idee. Le grandi riforme del lavoro hanno bisogno del massimo consenso sociale per essere efficaci». Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla camera: «Renzi con la riforma della Pa fa l’esatto contrario degli 80 euro: rinvia a dopo elezioni per paura reazione contraria dipendenti pubblici e loro famiglie». Il rinvio dei provvedimenti «è in pieno stile democristiano. Renzi annuncia provvedimenti enormi, come Monti e Letta, e poi la montagna partorisce il topolino», dice il vicepresidente della camera, il grilllino Luigi Di Maio.

Tre gli assi della riforma: capitale umano, innovazione, tagli alle strutture non necessarie. Sul fronte della dirigenza, ruolo unico, possibilità di licenziamento per chi rimane privo di incarico oltre un determinato termine, valutazione effettiva per avere la retribuzione di risultato; va in soffitta il trattenimento in servizio, di cui per esempio usufruì l’ex ragioniere generale Mario Canzio, misura che dovrebbe consentire, dice la Madia, di far entrare tra i 12 e 15 mila giovani. Per rendere la burocrazia meno costosa sarà messa in campo una «mobilità che funzioni», sia «volontaria, ma anche obbligatoria». É previsto anche il demansionamento per chi è in esubero. La riforma prevede poi la riduzione delle prefetture, Renzi ha detto che dovranno essere presenti solo «nei capoluoghi di regione e in zone strategiche, quindi saranno ridotte a 40». Inoltre, una «centrale unica per gli acquisti delle forze di polizia, accorpati Aci, Pra e Motorizzazione civile. Quanto alle scuole di formazione della pubblica amministrazione, ne resterà una sola. Tra gli altri provvedimenti, ci sarà anche «l’accorpamento delle soprintendenze e la riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio» facendo riferimento alle sedi provinciali della Ragioneria generale dello Stato. Il presidente del consiglio ha parlato anche della volontà di eliminare «l’obbligo delle aziende di iscriversi alle Camere di commercio» cosa che potrebbe portare all’eliminazione delle stesse.

E poi nel giro di un anno un pin unico per i cittadini che devono accedere ai servizi pubblici on line. Per dire la propria, la casella elettronica è rivoluzione@governo.it.

Fonte: Italia Oggi

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