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Statali, senza contratti «tagli» del 10,5%

Non si può definire una sorpresa, perché le premesse erano già scritte nella prima manovra estiva 2011 (Dl 98/2011) che con inedita proiezione al futuro si occupava dell’indennità di “vacanza contrattuale” fino al 2017. La conferma per il 2014 del blocco dei rinnovi contrattuali e i trattamenti economici individuali dei dipendenti pubblici, che ancora una volta guarda però fino al 2017 con il congelamento dell’indennità di vacanza contrattuale, agita il mondo del pubblico impiego, alza la temperatura dei rapporti fra sindacati e Governo e promette di occupare stabilmente il dibattito che accompagnerà l’iter parlamentare della legge di stabilità. Problemi inevitabili, del resto, perché il prossimo sarà il quinto anno di stasi delle buste paga per i dipendenti pubblici, con un blocco che tra statali e famiglie riguarda 6-7 milioni di persone e, in termini di mancati aumenti, mette sul piatto cifre importanti: cifre che non saranno più recuperate, per espressa previsione di legge. Rispetto alle versioni in vigore fino a oggi, il meccanismo non cambia, se non per il fatto che si estende al personale (medici ma non solo) convenzionato con il servizio sanitario. Almeno in teoria, la nuova regola permette a sindacati e Aran, l’agenzia negoziale del pubblico impiego, di tornare a sedersi ai tavoli di confronto per discutere «la sola parte normativa» dei contratti, senza toccare quella economica. L’idea era già contenuta nelle indicazioni fornite negli ultimi mesi dalla Funzione pubblica, ma qualsiasi ritocco delle regole rischia di avere effetti economici, e infatti la trattativa non è ancora partita. Nei fatti, quindi, la legge di stabilità conferma per un altro anno la fotografia delle retribuzioni ormai ingiallita dagli anni, e non esclude il suo mantenimento fino al 2017. Ma il tempo passa, e la “perdita” a carico dei dipendenti cresce. Il grafico qui a fianco fa i conti in tasca a 31 categorie di lavoratori pubblici, che occupano diversi gradini della scala gerarchica nei vari comparti in cui è articolata la Pubblica amministrazione. I numeri rappresentano gli aumenti lordi annui che ogni tipo di busta paga avrebbe ottenuto con le regole contrattuali vigenti, e dunque la perdita subita con i mancati rinnovi. Il sacrificio è naturalmente proporzionale al peso dello stipendio di ogni dipendente pubblico: un impiegato ministeriale, per esempio, guadagna in media (dati della Corte dei conti, come specificato nel grafico) qualcosa meno di 27.500 euro lordi, e ha già visto sfumare per mancati aumenti 2mila euro nel 2010-2012, ne ha persi altri 411 nel 2013 e deve rinunciare ad altrettanti nel 2014 (l’indice Ipca su cui si calcolerebbero gli aumenti contrattuali, è analogo per quest’anno e il prossimo). In tutto fanno 2.879 euro all’anno a regime, che diventano 4.003 se lo stop ai contratti fosse confermato per 2015 e 2016. Salendo i gradini della gerarchia ovviamente la perdita nominale cresce, e arriva a 8.902 euro per un dirigente di seconda fascia, e sfiora i 19mila per un ministeriale apicale. Per la dirigenza di prima fascia negli enti pubblici non economici (Inps, Inail, Aci, Istat e così via), dove si incontrano i valori stipendiali più alti, i mancati aumenti a regime superano i 21.200 euro all’anno nel 2014, e arriverebbero vicini ai 30mila euro con blocco fino al 2016. I docenti universitari perdono tra i 4.500 euro e i 9.500 a seconda dell’inquadramento, e i medici del servizio sanitario rinunciano a 7.550 euro. Morale della favola: il blocco fino al 2014 impone ai dipendenti pubblici un sacrificio pari al 10,5% dell’attuale stipendio di riferimento, e il costo salirà al 14,6% se la macchina dei contratti non dovesse ripartire fino al 2017. Un’incognita aggiuntiva circonda poi gli stipendi più elevati, cui la manovra riserva due altre misure: si specifica in maniera più puntuale che nel tetto massimo di 294mila euro (retribuzione del primo presidente della Corte di cassazione) deve rientrare la somma di tutte le retribuzioni, anche quelle per i vari incarichi aggiuntivi, e un Dpcm entro marzo dovrà fissare dei limiti più bassi per i dirigenti di prima fascia che non siano capi di dipartimento. E sarà battaglia.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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