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Statali Dalla stretta sugli stipendi alla stabilizzazione

Più della restituzione dell’Imu, quella che sarebbe stata la vera proposta choc di Silvio Berlusconi è sfuggita al capo del Pdl – pronunciata quasi a mezza voce – all’inizio della settimana scorsa. Quando ha ipotizzato un taglio del 3% degli stipendi del pubblico impiego.
Nessuna indicazione sull’importo. Ma se il taglio riguardasse lo stock complessivo delle retribuzioni, potrebbe fruttare – a seconda di come viene disegnato – fino a 5 miliardi l’anno. Più della cancellazione dell’Imu sulla prima casa.

RISPARMI SUI CONTRIBUTI
Non è solo il Pdl a ipotizzare una mossa sul pubblico impiego.
Anche Fare per fermare il declino ne parla nel programma (al momento tecnicamente il più chiaro e dettagliato dei programmi in lizza).
Si legge in un paragrafo sulle grandi voci di spesa del bilancio pubblico: «Le spese per redditi da lavoro dipendente rimangono invariate rispetto alle previsioni governative nel 2013 e nel 2014.
Nel 2015 vengono ridotte dell’1% rispetto al 2014, principalmente mediante un taglio dei contributi sociali (un taglio delle aliquote di 1,5 punti entro il 2015, da inquadrare in una manovra generale di riduzione del cuneo fiscale, dovrebbe essere sufficiente a raggiungere lo scopo)».
Si tratterebbe di poco più di un miliardo, che non andrebbe a incidere sulla retribuzione netta dei lavoratori, perché insisterebbe appunto sulla componente contributiva.

IL GRANDE ASSENTE
A parte queste due eccezioni il capitolo costi del pubblico impiego non fa parte dei programmi e delle agende dei partiti.
Sarà per effetto di una campagna elettorale che non rispecchia i conflitti sociali (come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere del 13 febbraio) o che addirittura cerca di evitarli: anche gli esodati, il caso del 2012, sono scomparsi dal menu delle interviste televisive dei leader.
Eppure le retribuzioni del pubblico impiego – insieme alle pensioni e alla spesa per l’acquisto di beni e servizi – è uno dei tre macroaggregati della spesa pubblica.
Circa 170 miliardi di euro nel 2011, più di un quinto del bilancio dello Stato.

TRE MILIONI E MEZZO
I dipendenti pubblici sono 3.459.000.
3.315.000 hanno un contratto a tempo indeterminato (dati 2010).
In 15 anni il costo delle loro retribuzioni è cresciuto costantemente.
Nel 1998 spendevamo 115 miliardi di euro, poco più del 10% del Pil.
Nel 2011 le retribuzioni dei dipendenti pubblici segnano 11,1%.
In questi dieci anni la spesa è cresciuta in rapporto al Pil, nonostante la diminuzione dei dipendenti (meno 160.000 dal 2001), nonostante gli stop del turn-over e gli aumenti bloccati, aggirati con vari artifici amministrativi: per esempio il ricorso ai precari nel primo caso e le promozioni nel secondo.
Quanto pesano quei 170 miliardi sui costi delle famiglie italiane? Nel 2010 ogni italiano ha speso 2.849 euro per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, contro 2.380 dei tedeschi.
Ha speso più o meno quanto spende uno spagnolo e meno di quanto ha speso un cittadino belga, francese o olandese.
I confronti internazionali, basati solo sugli importi, però non tengono conto dell’aspetto qualitativo della spesa.
In quei 2.849 euro di spesa pro-capite per il pubblico impiego non ci sono soltanto gli stipendi di insegnanti, poliziotti, marescialli e infermieri.
C’è anche molta inefficienza: stipendi per mestieri e funzioni ministeriali ormai inutili, uscieri, corridori, personale di segreteria; super-stipendi castali (dai commessi di Camera e Senato fino ai grandi burocrati di stato); stipendi che sono ormai solo una forma di clientelismo assistenziale, come i precari di alcune regioni italiane o i dipendenti comunali o provinciali assunti per svolgere compiti superati dai cambiamenti.
Negli ultimi anni c’è stata una costante riduzione dei dipendenti pubblici.
Qua e là spuntano progetti di razionalizzazione (per esempio nel settore della Difesa).
Ma in generale – chiuso lo scontro sui fannulloni che si preannunciava cruciale, e che tale non fu – la riflessione generale su come dovrebbe essere il pubblico impiego in Italia è al momento fuori dal periscopio dei partiti.
Alle pagine 5 e 6 dell’agenda Monti c’è qualche breve riferimento, tra spending review e richiami a una pubblica amministrazione più agile ed efficiente.
Ma niente di strutturato.
Idem a sinistra. Niente nel programma di Sel.

LA STABILIZZAZIONE
Mentre in quello di Rivoluzione Civile c’è un richiamo, non particolarmente fantasioso, alla stabilizzazione dei precari della P.A. Diverso il ragionamento sul Pd.
Come è già accaduto su altri dossier di questa singolare campagna elettorale, il Partito democratico si mantiene molto largo sui temi sensibili.
Poche cifre, soprattutto indicazioni di massima.

NODO PREPENSIONAMENTI
Sul pubblico impiego ci sono degli spunti in un documento appena presentato, disponibile sul sito del partito.
Titolo: «L’Italia giusta, l’Italia pubblica al servizio dei cittadini».
Tra le righe, però, emergono alcune indicazioni.
Meno dipendenti, più giovani, più tecnologia.
I risparmi dovrebbero arrivare da una forte semplificazione della giungla retributiva e dai prepensionamenti.
Questa dei prepensionamenti è una vecchia proposta di Nicola Rossi quando era nel Pd.
Comporterebbe un risparmio per le casse dello stato, perché gli assegni dei prepensionati potrebbero costare tra il 25 e il 30% in meno degli stipendi corrispondenti.
Si dice che il Pd abbia in mente un obiettivo – non dichiarabile, ma in linea con alcune proiezioni sulle eccedenze che circolano al ministero dell’Economia – portare i dipendenti pubblici a quota tre milioni.

Fonte: Il Messaggero

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