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Spesa pubblica, scelte coraggiose per voltare pagina

Nonostante le promesse e gli impegni degli ultimi anni, la spesa pubblica non ha arrestato la sua corsa e, anzi, si è consolidata.
Per altro, quando si è fatto qualcosa lo si è fatto seguendo la logica dei tagli lineari, penalizzando così le amministrazioni più virtuose e modificando solo le tipologie di spesa a discapito dei servizi.
Se si guarda all’andamento della spesa corrente rispetto alla spesa per investimenti, si può tranquillamente affermare che la “spesa cattiva” ha scacciato la “spesa buona”.
Sappiamo che per invertire la rotta servono ben altri strumenti.
Serve accorpare enti, eliminare funzioni non core, sopprimere le tante duplicazioni e gli uffici inutili.
Solo così sarà possibile salvare i servizi aumentando l’efficienza, che – ricordiamo – è il rapporto tra output e input.
La percezione, infatti, che tutti noi abbiamo (purtroppo reale) è che negli anni siano cresciuti gli “input” ma che al contempo si siano ridotti gli “output”.
Il tutto innescando un circolo vizioso che porta a tagliare ulteriormente la spesa con effetti ancora più pesanti sul funzionamento della macchina.
Per questo è importante il segnale contenuto nel decreto legge 101/2013 in materia di prepensionamenti che allarga l’ambito di applicazione a tutte le pubbliche amministrazioni e fino al 2015 delle disposizioni di deroga alla “riforma Fornero” sulle pensioni.
Un segnale all’insegna del rigore, che subordina l’utilizzo dei requisiti per la pensione vigenti ante Dl 201/2011 alla dichiarazione di eccedenza per ragioni funzionali e finanziarie.
Criticare queste norme, considerandole deroghe e privilegi in favore dei dipendenti pubblici, sarebbe un errore.
Va compreso che – a fronte di una maggiore spesa pensionistica – si genererebbero reali risparmi in termini di ristrutturazioni, retribuzioni e su molte altre voci di spesa.
Ci sono numerose norme che hanno previsto risparmi, a esempio, dalla chiusura di società partecipate, dalla gestione associata dei servizi, dalla soppressione di enti, dalla dismissione delle auto di servizio.
Norme che hanno finora ottenuto scarsi risultati proprio a causa dell’impossibilità di favorire la fuoriuscita del personale, che costituisce un elemento di vincolo alla effettiva applicazione delle disposizioni citate.
Le ristrutturazioni di grandi settori (si pensi alle poste, al credito, alle ferrovie) sono state avviate anche grazie a una serie di strumenti di flessibilità che il settore pubblico, oggi ampiamente inteso, non ha.
Anzi, paradossalmente, il nostro settore pubblico si trova oggi a dover affrontare una strutturale e grave crisi finanziaria e i necessari processi di ristrutturazione con la più rigorosa normativa sulle pensioni vigente in Europa.

Possiamo imboccare una nuova via, oppure continuare come abbiamo fatto negli ultimi vent’anni.
Ma, in questo caso, i risultati già li conosciamo.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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