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Spending review, risparmi per tutti? No, il governo salva la casta dei diplomatici

Guadagnano più di Merkel e Hollande, ma per loro il taglio non c’è. La casta diplomatica si salva dalla spending review del governo che nel frattempo scarica le riduzioni di spesa sul personale a contratto, fino a causare incidenti diplomatici dall’altra parte del mondo. Un emendamento ad hoc in Senato, frutto, secondo quanto è stato riferito da più riferito da più fonti a ilfattoquotidiano.it, anche di un’insistente opera di lobby su governo e Quirinale, ha consentito ad ambasciatori e alti funzionari di mantenere privilegi e stipendi d’oro.

Remunerazioni che di questi tempi suonano come uno schiaffo ai contribuenti. Può stare tranquillo l’ambasciatore italiano all’estero: continuerà a guadagnare 380mila euro lordi l’anno tra indennità di servizio (esentasse) e stipendio metropolitano (tassato) cui vanno aggiunti il 20% di maggiorazione per il coniuge, il 5% per i figli, indennità di rappresentanza e sistemazione, contributo spese per residenza e personale domestico. Più premio di risultato variabile da 50 a 80mila euro. Quello che sta a Parigi, ad esempio, prende 320mila euro netti, 125mila euro di oneri di rappresentanza, 64mila per la moglie e 16mila per il figlio. Anche i consoli non avranno di che preoccuparsi. Ad Amburgo, ad esempio, il console continuerà a percepire i suoi 5mila euro al mese di stipendio versati in Italia e 14mila d’indennità netti ed esentasse perché non fiscalizzati né in Italia e né in Germania.

Di ambasciatori, consoli e segretari extra lusso il nostro Paese continuerà a dare sfoggio nel mondo, la spending review infatti non taglierà uno dei 919 diplomatici oggi in servizio. Alla fine dei conti son cifre da capogiro: la sola voce “indennità di servizio” nel 2012 impegna 311 milioni di euro e salirà a 344 l’anno prossimo, con una spesa ulteriore di 44 milioni che va nella direzione contraria ai tagli riservati ad altre categorie di dipendenti dello Stato.

Riduzioni che invece colpiscono il personale già “povero” assunto nelle nostre ambasciate con contratti e tariffe locali. A loro la spending review riserva l’ennesimo blocco degli aumenti, come da dieci anni a questa parte. Una notizia che scava ulteriormente il solco della disparità che caratterizza le nostre sedi di rappresentanza nel mondo, dove fianco a fianco lavorano funzionari e autisti mandati da Roma a seimila euro netti al mese e altrettanti colleghi di nazionalità straniera che prendono dieci volte meno.

Una disparità che da pochi giorni è diventata un vero e proprio caso diplomatico in India, dove il personale assunto in loco ha trascinato in tribunale l’ambasciatore italiano con l’accusa di discriminazione etnica. Una contesa attentamente seguita dai quotidiani indiani ma taciuta a Roma e che rischia ora di acuire i rapporti già tesi per la questione dei marò. Intanto per gli insegnanti di lingua italiana all’estero è un bagno di sangue: la spending review taglia il 40% dei professori che insegnano la lingua italiana nel mondo. Così il Paese rischia di diventare più “piccolo” nel mondo, tutto per non intaccare i privilegi di pochi che a Roma dettano legge. 

L’EMENDAMENTO CHE SALVA I DIPLOMATICI

L’emendamento è di quelli insidiosi che arrivano un po’ a sorpresa e passano senza troppo clamore, pur avendo conseguenze importanti sul bilancio dello Stato e su migliaia di persone. Così è stato per la revisione di spesa del  ministero degli Affari Esteri. Come tutte la amministrazioni dello Stato la Farnesina era chiamata a fare la sua parte nel dettato della spending review con la regola generale del taglio del 20% degli organici dirigenziali e del 10% della spesa complessiva per il personale non dirigenziale. La spending review è legge ma non è andata proprio così.

Un emendamento al Senato ha offerto infatti un salvacondotto temporaneo ed esclusivo al ministero, non concesso ad altri settori della pubblica amministrazione ad eccezione del personale delle Prefetture in corso di accorpamento. L’emendamento è stato scritto su indicazione e proposta del governo dagli stessi relatori per la conversione in legge del Dl 95/2012), Paolo Giarretta del Pd e Gilberto Picchetto Frattini del Pdl. Giarretta spiega che è stato il ministro Terzi ad avanzare ufficialmente la richiesta.

Secondo fonti interne alla Farnesina invece la reale genesi del provvedimento sarebbe invece frutto delle pressioni esercitate sul governo dalle alte sfere della diplomazia. Non si spiega altrimenti cosa abbia indotto il governo ad emendare se stesso, facendosi promotore di un provvedimento che neutralizza totalmente gli effetti della sua stessa legge per salvaguardare una specifica categoria di dipendenti pubblici. Comunque sia il relatore Giarretta parla apertamente di “resistenza delle strutture” mentre il senatore Claudio Micheloni del Pd, che ha proposto emendamenti che riducono le indennità diplomatiche sistematicamente bocciati in aula, accusa frontalmente la lobby diplomatica di aver manovrato dietro le quinte e vinto: “Purtroppo anche questa volta gli interessi delle corporazioni hanno sopraffatto il buon senso della politica, ma è in arrivo un prossimo decreto e in quell’occasione riprenderò il lavoro su questi temi che sono vitali per i servizi rivolti agli italiani all’estero”.

E veniamo al testo. L’emendamento introduce al comma 5 la deroga ai due articoli principali della spending review con queste parole: “Per il personale della carriera diplomatica e per le dotazioni organiche del personale dirigenziale e non del Ministero degli affari esteri, limitatamente ad una quota corrispondente alle unità in servizio all’estero alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, si provvede alle riduzioni di cui al comma 1, nelle percentuali ivi previste, all’esito del processo di riorganizzazione delle sedi estere e, comunque, entro e non oltre il 31 dicembre 2012; sino a tale data trova applicazione il comma 6 del presente articolo”.

In altre parole non ci saranno riduzioni prima che il ministero stesso abbia riorganizzato le rappresentanze. Un differimento che potrebbe significare anni. La rivisitazione delle sedi estere (319 tra ambasciate, consolati, istituti di cultura) sarà infatti il prodotto finale di lunghe ed estenuanti trattative sulle quali insistono gruppi di interesse locali, sponde parlamentari tra i deputati eletti all’estero, lobby di funzionari ministeriali. I tagli futuri, poi, ricadranno solo sul personale impegnato all’estero (511 diplomatici, 12 dirigenti, 1.907) mentre lasciano intatto quello del ministero che conta circa 2.500 dipendenti.

Tradotto in cifre il taglio della revisione di spesa, quando sarà, non ricadrà sul 100% del personale ma sul 50%. Una spuntatina, quindi, niente più. Fino ad allora, per contro, il ministero non potrà assumere. Peggio, c’è chi aspettava aumenti tra il personale del ministero e non li vedrà neanche stavolta. In India, dove le differenze salariali tra personale assunto in loco dalle ambasciate e quello mandato da Roma sono enormi, il blocco degli stipendi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso fino a provocare un incidente diplomatico.

DISCRIMINAZIONE ETNICA IN INDIA, COSI’ L’ITALIA FINISCE IN TRIBUNALE

Basta con la bella vita degli impiegati italiani nei paesi poveri. La notizia è apparsa in un trafiletto del 3 agosto scorso sul Times of India: il personale dell’Ambasciata italiana a Nuova Delhi ha deciso di trascinare in tribunale l’ambasciatore per discriminazione etnica e razziale. Il motivo? Il personale di categoria esecutiva ha saputo dell’ennesimo congelamento degli aumenti che fa seguito alla spending review e ha deciso che la misura è colma: a Nuova Delhi, Mumbai e Calcutta sono stufi di guadagnare dieci volte meno dei loro colleghi italiani mandati da Roma che, pur svolgendo identiche mansioni e con la stessa funzione, percepiscono stipendi che da quelle parti sono il risparmio di una vita, fino a 54mila euro l’anno. Dalla loro l’avvocato indiano, Gopal Shankaranarayanan, che ha preso carta e penna e ha scritto al Ministero degli Affari Esteri indiano.

Nella sua lettera segnala che l’Ambasciatore e il Governo Italiano non hanno preso le appropriate misure, nonostante ripetute richieste di sanatoria delle anomalie salariali, non lasciando altre alternative che risolvere la disputa in un tribunale. Non sono bastate diffide, appelli e richieste ufficiali. “L’unica opzione rimasta agli impiegati – spiega l’avvocato indiano – è di presentare ricorso alla Suprema corte di Delhi, per richiedere l’equiparazione dello stipendio e il rimborso degli arretrati a partire dalle rispettive date di assunzione”. I giornali locali hanno dato risalto alla vicenda anche perché nella stessa Alta Corte si sta discutendo la vicenda dei due marò italiani a Kerbala e i due processi potrebbero incendiare ulteriormente i rapporti diplomatici da tempo tesi.

La polemica potrebbe dilagare anche in altri Paesi in cui maggiormente stride il trattamento che l’Italia riserva ai propri connazionali inviati in missione e al personale assunto all’estero a costi locali. Un tema che spesso ha agitato le commissioni esteri di Camera e Senato dove sempre si discute di come ricomporre l’anomali italiana. Il nostro Paese, infatti, presenta percentuali decisamente superiori di personale in missione rispetto a quello contrattato in loco. La Farnesina ha 7.912 dipendenti di cui 4.222 di ruolo, 2.671 non di ruolo e 818 provenienti da altre amministrazioni. Il personale di ruolo all’estero è superiore a quello che sta a Roma (2.400 e 1933), solo il 45% è assunto in loco e questo comporta che un flusso di denaro enorme vada nelle voce delle indennità.

Ma la discriminazione avviene anche tra italiani all’estero. Mentre tutto il personale diplomatico passa indenne grazie all’emendamento ad hoc, la spending review colpisce quello inviato per l’insegnamento della lingua e cultura italiana, un driver dell’italianità che tutti difendono a parole ma che riceve una sforbiciata importante. Il taglio i docenti assunti presso il ministero nell’anno 2012/2013 sarà di 139 unità accompagnato dal blocco delle nomine. Che si aggiunge al taglio del 40% di quelli assunti presso il Miur che invece i tagli li applica eccome. Gli effetti sono così modesti che nessun giornale ne parla (2,6 milioni quest’anno e 16 milioni a regime) ma va ben al di sopra di quella regola del 20% che la spending review riserva a (quasi) tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Fonte: Il Fatto quotidiano

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