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Spending review anche sugli stipendi

Mobilità e politiche retributive flessibili. Sul pubblico impiego si gioca gran parte della seconda fase della spending review, che secondo la tabella di marcia del Governo si dovrebbe concludere nel 2014. Anche perché i costi di produzione dei servizi pubblici sono ormai molto elevati, con un «differenziale» rispetto «ai costi di produzione dei beni di consumo privati» che nel 2010 ha toccato quota +28,8%. E l’organizzazione della macchina burocratica mostra chiari segni di «arretratezza». A indicare la strada da percorrere è il rapporto consegnato a Mario Monti il 30 aprile scorso dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda. E, del resto, la stessa intesa sul lavoro pubblico che si sta profilando tra il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, e i sindacati, va già in parte in questa direzione.
Lo stesso Patroni Griffi, che insieme a Giarda e al viceministro Vittorio Grilli fa parte del Comitato interministeriale sulla spending review guidato da Monti, ha avviato – si legge nel rapporto Giarda – «un’ampia attività di analisi e valutazione delle strutture occupazionali, condizioni di lavoro, strutture retributive, prospettive di pensionamento dei dipendenti pubblici e di gestione del turn-over».
L’obiettivo, necessariamente nel medio-lungo periodo, è di attivare meccanismi di mobilità territoriale a livello nazionale e forme di flessibilità retributiva. Gli stipendi degli statali fanno parte delle tre principali voci di spesa del flusso di 295,1 miliardi considerato «aggredibile» entro il 2014. In termini di retribuzioni lorde vengono spesi 122,1 miliardi, di cui 61,8 a carico delle amministrazioni statali, 12,8 dei Comuni e 4,5 delle regioni.
Nel rapporto Giarda si lascia intendere che senza un intervento sull’organizzazione del personale non sarà possibile ridurre i costi di produzione dei servizi e rendere questi ultimi più efficienti. «La costosità relativa dei servizi pubblici – si legge nella relazione – si appoggia su una diffusa carenza di capacita gestionale che riguarda l’organizzazione del lavoro, le politiche retributive e le attività di acquisto dei beni che sono necessari per la loro produzione». Di qui la necessità, per quel che riguarda il medio periodo, di procedere a interventi di «riaggiustamento della struttura di produzione delle numerose “industrie” dei servizi pubblici (dalla scuola alle province, dai comuni ai penitenziari, dalle prefetture agli uffici della motorizzazione) per conformarle ai benchmark che si ritrovano anche all’interno della Pa». Un riaggiustamento produttivo che – si sottolinea nel rapporto – «richiede mobilità del lavoro sul territorio nazionale, politiche retributive flessibili, cambiamenti nelle tecniche di produzione».
Un vero e proprio piano di ristrutturazione industriale, insomma. E il ministro Patroni Griffi sta già operando in quest’ottica. La riorganizzazione della Pa, infatti, si incrocerà con la spending review, ma non solo per quel che riguarda il personale. Patroni Griffi, nell’ambito della fase attuativa del decreto semplificazioni, sta ad esempio lavorando alla stesura del piano taglia-oneri burocratici a carico delle amministrazioni (da mettere nero su bianco all’inizio dell’estate), in cui potrebbe essere contemplato anche il ricorso allo strumento dei “costi standard”, già previsto in passato (oltre che per il federalismo) per il funzionamento dei ministeri. Il meccanismo potrebbe essere utilizzato per frenare gli sprechi per adempimenti burocratici delle varie amministrazioni (comunicazioni procedure, atti, certificati, spese postali e via dicendo) ma anche per alleggerire i costi amministrativi sulle piccole e medie imprese.
L’intervento sarà preceduto dalla mappatura di tutti gli adempimenti amministrativi (la cosiddetta “misurazione”) a livello statale e regionale. E si dovrà raccordare con il secondo provvedimento di semplificazione burocratica (probabilmente un disegno di legge) che potrebbe essere pronto alla fine di maggio.

Fonte: IL SOLE 24ORE

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