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Salta il riordino delle province

Troppi sub-emendamenti (140) e troppo poco tempo per esaminarli. Con questa motivazione nella serata di ieri i senatori della Commissione Affari Costituzionali hanno scritto la parola fine sul decreto di riordino delle province. Si ferma qui l’ambiziosa riforma messa in campo dal governo dopo il varo della spending review (articolo 17) dello scorso mese di luglio e che avrebbe portato questi enti intermedi da 86 a 51, incluse le 10 città metropolitane, con un risparmio annuo stimato in almeno 500 milioni. Ora si tratta di trovare una soluzione normativa per evitare quanto previsto dall’articolo 23 del «Salva Italia», ovvero il trasferimento di tutte le funzioni delle Province entro la fine dell’anno. Si lavorerà, con ogni probabilità, a un emendamento ad hoc alla Stabilità per prorogare il più possibile questo termine ed evitare il paradosso della sopravvivenza di tutte le province con l’azzeramento di fatto dei loro poteri. Se ne parlerà nella riunione dei capigruppo già convocata per stamane. La decisione di non convertire il decreto è stata assunta all’unanimità nella I Commissione del Senato alla presenza dei ministri Filippo Patroni Griffi e Piero Giarda e del sottosegretario Antonio Maraschini. Troppe proposte di modifica per arrivare con il testo in Aula entro oggi pomeriggio, come previsto dal calendario. «Il destino di questi mesi è di perdere occasioni importanti ha commentato il presidente della commissione Carlo Vizzini è stato fatto uno sforzo per trovare le condizioni complessive per approvare questo provvedimento atteso ma non è andato a buon fine». Un punto di vista diverso è arrivato invece dal ministro che in prima persona s’è battuto per questa riforma: «Il governo ha detto Filippo Patroni Griffi ha fatto quello che poteva. Oggi (ieri, ndr) ha preso atto della situazione». L’uscita di scena di uno dei decreti che più aveva fatto discutere negli ultimi cinque mesi è il risultato del precipitare della crisi politica, una crisi che ora allunga le sue ombre anche sul decreto sviluppo, in discussione alla Camera. Ieri sono stati presentati oltre 400 nuovi emendamenti a un testo il cui destino che si fa di giorno in giorno più incerto. Per il provvedimento che deve essere approvato entro il 18 dicembre, pena la sua decadenza, alla fine della giornata restavano aperte tre possibili ipotesi: modifiche alla Camera e una terza lettura al Senato (la più improbabile visti i tempi resi strettissimi dalla crisi politica); l’approvazione così com’è con l’inserimento delle sole nuove modifiche nel Ddl stabilità all’esame di palazzo Madama; il trasferimento dell’intero testo del decreto nell’ex finanziaria (ipotesi anche questa di assai difficile attuazione). Le proposte di modifica presentate ieri nelle commissioni Trasporti e Attività produttive di Montecitorio vengono da tutti i partiti: 163 portano la firma della Lega, 57 dell’Udc e 47 del Pd, mentre il Pdl ha presentato 27 emendamenti. Oggi le commissioni riunite dovrebbero concluderne l’esame con l’obiettivo di portare il testo in Aula mercoledì. Ed è molto probabile che il testo alla fine arrivi in Aula senza cambiamenti. Sulle novità proposte la neorelatrice Silvia Velo (Pd) ha anticipato solo la volontà di chiedere che le modifiche che riguardano pneumatici invernali e Abs per i ciclomotori vengano trasferite nel Ddl stabilità: «Noi chiediamo al governo chiarezza su pneumatici e per i ciclomotori» ha detto, aggiungendo che la prospettiva di un voto di fiducia resta la più probabile. Silvia Velo ha preso il posto della co-relatrice del Pdl Deborah Bergamini, che ieri ha abbandonato l’incarico. Una decisione assunta «per coerenza e giustizia», ha detto la Bergamini: «Vista la posizione del mio partito sarebbe stato poco sensato rimanere». Da Bruxelles, dove ha partecipato al Consiglio competitività, il ministro Corrado Passera ieri è tornato ad auspicare l’approvazione del testo prima dello scioglimento anticipato delle Camere. «Mi auguro ha detto Passera che questo possa succedere, che sia approvato il più presto possibile per tutte le sue componenti».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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