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Sì al Ddl corruzione, malessere Pdl

Le astensioni a valanga, 102 su 481 votanti, e l’assenza dei leader (Berlusconi e Bersani) non fermano il ddl anticorruzione, approvato ieri alla Camera con numeri che evidenziano comunque le fibrillazioni dei partiti della maggioranza Pdl-Pd-Udc: 25 no, ma solo 354 favorevoli, a fronte di ben 148 assenti. Di questi, 61 nelle fila del Pdl, partito da cui arrivano anche 38 degli astenuti.
Consensi in calo, dunque, anche rispetto ai tre voti di fiducia (passati, rispettivamente, con 431, 430 e 461 sì) che mercoledì hanno permesso l’approvazione dei controversi articoli 13 (“spacchettamento” del reato di concussione), 14 (corruzione tra privati) e 10, che delega al Governo nuove norme per l’incandidabilità dei condannati a pene definitive.
Sul punto, l’aula ha approvato all’unanimità un ordine del giorno targato Pd che impegna il Governo a varare la nuova disciplina in tempo utile per le prossime elezioni politiche del 2013. Uno «stimolo in più», per il ministro della Pa, Patroni Griffi, mentre la collega della Giustizia, Paola Severino, ha definito l’odg «molto importante», perché fuga «i timori sulla impossibilità a procedere entro le prossime elezioni». Sì anche ad un odg che impegna l’Esecutivo a regolamentare l’attività di lobbying, sfida che il ministro accetta volentieri: «Il lobbismo è lecito e legittimo. Se definiremo ciò che è lecito individueremo anche cosa non lo è».
A voto archiviato, il sofferto allineamento del Pdl alle scelte dell’Esecutivo scatena le divisioni interne tra i deputati azzurri, tra chi sottolinea il ruolo positivo della misure di prevenzione della corruzione (Cicu, Contento), chi protesta per il voto di fiducia posto «su questioni che toccano la libertà personale» (Pecorella, Stacquadanio e altri) e chi boccia i contenuti del ddl, «passo verso la giustizia sommaria» (Napoli).
Se la battaglia parlamentare è finita, la guerra però continua, come spiega il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto, portavoce di quanti ritengono le nuove norme sulla corruzione – a cominciare dai nuovi reati di concussione e traffico di influenze, che concederebbero troppa discrezionalità ai Pm – un cedimento eccessivo rispetto alle posizioni azzurre. In Senato, in terza lettura, annuncia Cicchitto in Aula, «faremo di tutto per cambiare il ddl». E riferendosi alla responsabilità civile diretta dei magistrati, su cui il Pdl non intende fare marcia indietro, lancia un avvertimento al Guardasigilli: «Donna avvisata mezza salvata: non porti emendamenti con la fiducia, se no voteremo contro». Secca la replica del ministro: i contributi di idee più volte chiesti ai partiti dimostrano che «il dialogo c’è stato».
All’arrocco per ritorsione del Pdl contribuisce anche l’ex Guardasigilli Nitto Palma, che presenta in Senato un subemendamento all’articolo sulla responsabilità delle toghe all’interno della Comunitaria 2011 per aggirare la recente proposta “mediana” del Guardasigilli, e costringere lo Stato a rivalersi senza limiti sullo stipendio dei magistrati in seguito ad azione risarcitoria.
In attesa del passaggio a Palazzo Madama, le toghe apprezzano con misura le norme anticorruzione: per l’Anm, un «passo avanti, ma non risolutivo», mentre il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, lo giudica «positivo», auspicando però un intervento più drastico sulla prescrizione: «Avrei allungato i tempi».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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