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Riqualificazione, futuro in bilico

La riqualificazione dei dipendenti pubblici in esubero viene messa a rischio dal blocco delle risorse da spendere per la formazione.

Il 2012 potrebbe essere un anno molto delicato per il personale pubblico. Vi è, infatti, una normativa che nel suo complesso può preludere ad una forte redistribuzione e reimpiego del personale.

In primo luogo, l’articolo 33 del dlgs 165/2001 impone alle amministrazioni pubbliche di effettuare annualmente la ricognizione di eventuali esuberi, giustificati sia da esigenze funzionali, sia da problemi di bilancio e finanziari. Poi, le varie manovre finanziarie hanno imposto un ulteriore taglio del 10 per cento della spesa relativa alle dotazioni organiche delle amministrazioni statali da effettuare entro il 31 marzo. Infine, l’accorpamento tra Inps e Inpdap ha già determinato la previsione di circa 700 esuberi. La stima è di oltre 15.000 dipendenti pubblici in eccedenza rispetto ai fabbisogni.

Anche nella pubblica amministrazione, dunque, si pone un potenziale problema di rilevanti fuoriuscite di personale. Occorre ricordare, infatti, che i dipendenti in esubero se non sono ricollocati all’interno degli enti che li considerano in eccedenza in altre mansioni o non sono trasferiti verso altri enti per mobilità, vengono inseriti nelle liste di «disponibilità». Il che equivale ad essere sulle soglie del licenziamento: il dipendente in disponibilità, infatti, non svolge più attività lavorative per l’ente di appartenenza e riceve per 24 mesi un’indennità pari all’80% del trattamento economico fondamentale oltre all’assegno di famiglia. Decorsi i 24 mesi, il rapporto di lavoro si chiude.

Proprio i tagli alla spesa per le dotazioni organiche (che considerando il periodo 2008-2010 ammonta, ormai, a quasi il 30%) renderanno piuttosto difficile il trasferimento dei dipendenti per mobilità. Gran parte delle amministrazioni statali, infatti, potrebbe ritrovarsi in condizione di esubero, sicché non potrebbero accogliere personale proveniente da altri enti.

La mobilità intercompartimentale, cioè trasferimenti tra enti diversi, per esempio Stato ed enti locali, potrebbe essere resa complicata sia dall’attuazione dell’articolo 33 del dlgs 165/2001, sia dalla manovra intricatissima relativa alle province: potenzialmente, ben 56.000 dipendenti provinciali potrebbero essere coinvolti in processi di esubero e trasferimenti.

Un’arma per contenere gli effetti anche sociali enormi che esuberi così massicci di personale potrebbero determinare, allora, è la già ricordata possibilità di reimpiego dei dipendenti in esubero in altre mansioni e ruoli, sia all’interno degli enti da cui dipendono, sia presso altri enti.

A questo scopo, allora, risulta fondamentale investire in formazione e aggiornamento: solo in questo modo si può garantire ai lavoratori la possibilità di acquisire competenze nuove e diverse, utili per una ricollocazione lavorativa.

Tuttavia, l’articolo 6, comma 13, del dl 78/2010, convertito in legge 122/2010, continua ad inchiodare la spesa per formazione sostenibile dalle amministrazioni entro il tetto del 50% di quella sostenuta nel 2009.

Risulta evidente che col nuovo assetto normativo il tetto alla formazione, già di per sé poco strategico ed asfittico, visto che il recupero di efficienza del pubblico impiego non potrebbe che passare per attività formative di qualità, non è coerente. Potenziali esuberi per decine di migliaia di dipendenti vanno necessariamente gestiti anche tramite la formazione, la cui spesa dovrebbe aumentare, piuttosto che restare ancorata ad un tetto.

In assenza di un’urgente cancellazione del vincolo alla spesa, l’attuazione delle misure di contenimento della spesa di personale e l’avvio degli esuberi potrebbe determinare una Caporetto organizzativa ed occupazionale, della quale proprio non si sentirebbe il bisogno.

Luigi Oliveri

Fonte: Italia Oggi

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