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Quei sacrifici senza fine del pubblico impiego

Le loro buste paga valgono 170 miliardi l’anno (l’11% del Pil) e sarebbe impossibile per qualunque Governo non tentare di contenere il più possibile quella spesa in un contesto di crisi come l’attuale. Per questo la conferma del blocco dei contratti per tutto il 2014 era una misura scontata. E scontato era pure lo stop alla vacanza contrattuale, già congelata ai tempi del ministro Brunetta e che oggi Patroni Griffi non può certo riattivare senza nuove coperture. Ma quattro anni di stop (il blocco è partito nel 2011 con il decreto 78/2010) cominciano a essere tanti da sopportare mentre per il settore privato non solo la stagione contrattuale è aperta e si va profilando anche una possibile intesa sulla produttività sostenuta dalla detassazione selettiva sui premi (cosa mai vista nel pubblico impiego). Il fatto è che con i contratti fermi si ferma tutto: le progressioni automatiche e gli avanzamenti. E in più si scopre che nella scuola si dovrà lavorare anche di più, con l’allineamento a 24 ore settimanali per tutti i livelli di istruzione. L’effetto a cascata è sui precari che aspettavano di essere stabilizzati. Si soffre ai «piani bassi» e in quelli «alti», con la proroga a tutto il 2014 dei tagli del 5 e del 10% delle quote di stipendio superiori a 90 e 150mila euro (misura quest’ultima su cui pendono ricorsi alla Corte costituzionale). E in più si aggiunge la stretta sui permessi per la legge 104, misura tutta da leggere quando il testo sarà definitivo per capire se almeno in questo caso il trattamento tra pubblico e privato sarà lo stesso.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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