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Quei centomila precari pubblici che ora rischiano il posto

Lo Stato taglia la pianta organica dei ministeri, come previsto dalla legge sulla spending review. E la situazione si fa ancora più difficile per chi, in un ufficio pubblico, ha messo solo un piede ed ha un contratto a termine. La questione è stata sollevata ieri mattina dalla Cgil davanti al ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi. Era il primo incontro con i sindacati dopo la pausa estiva, sul tavolo proprio quei tagli del 10% per i dipendenti e del 20% per i dirigenti prescritti alla macchina dello Stato con la revisione della spesa pubblica. Se si prepensiona o si mette in mobilità chi ha un contratto stabile, cosa succederà ai precari? «Senza contare la scuola – dice Susanna Dettori, segretario generale della Cgil funzione pubblica – i precari della pubblica amministrazione sono almeno 100 mila. Rischiano di restare a casa, come i 45 mila che sono rimasti senza contratto dal dicembre dell’anno scorso». Un problema vero, ma non facile da risolvere. A giugno è stato aperto un tavolo tra ministero e sindacati proprio per affrontare la questione. Ma la strada è stretta e, anche se in termini diplomatici, lo lascia capire lo stesso ministro Patroni Griffi: «Credo che occorra sperimentare tutte le soluzioni possibili per avviare a soluzione il problema. Questo, naturalmente, non significa che ci sarà una stabilizzazione di massa». Quello che resta aperto è solo uno spiraglio: «Bisogna individuare un percorso che consenta il loro graduale assorbimento ma che sia rispettoso del principio del concorso e che non blocchi per anni la possibilità di immettere giovani». Insomma, dialogo aperto per evitare lo scontro con i sindacati in un momento delicato come questo. Ma la sostanza è che per i precari della pubblica amministrazione le speranze sono poche. «Un fatto grave – dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil – anche perché viene ignorato un passaggio dell’accordo che avevamo firmato con il ministro il 3 maggio scorso». Quell’intesa fissava alcuni principi che dovrebbero guidare l’estensione al settore pubblico della riforma del mercato del lavoro. «Uno dei punti condivisi da tutti – dice Pirani – stabiliva che in attesa del passaggio alle nuove regole, i contratti a termine sarebbero stati rinnovati». Una promessa non facile da mantenere. Nel settore privato la riforma è in vigore da poco più di un mese, e tra i primi effetti c’è proprio il mancato rinnovo dei contratti a termine senza che questo porti ad un’assunzione a tempo indeterminato, come nelle intenzioni del governo. Sui precari anche la Cisl è preoccupata: «Bisogna studiare il modo – dice Giovanni Faverin, segretario generale per il comparto Funzione pubblica – di favorire nel lungo termine la stabilizzazione di chi ha un contratto a termine». Ma è davvero l’unico punto sul quale i tre sindacati parlano ad una voce sola. Sugli esuberi – cioè i tagli del 10% del personale e del 20% dei dirigenti – il ministro Patroni Griffi si dice pronto a cercare un’intesa con i sindacati «senza però accettare veti». Cgil e Uil confermano lo sciopero degli statali programmato per il 28 settembre perché, dicono, il confronto riguarderà non il numero degli esuberi ma solo la gestione delle procedure. Non la sostanza, insomma, ma i dettagli. La Cisl, invece, sceglie una linea diversa: conferma il suo «no» allo sciopero e parla di segnali positivi arrivati dal governo. «In altri Paesi come Spagna e Grecia – dice Faverin – il settore pubblico ha subito tagli agli organici e allo stipendio senza che i sindacati avessero nemmeno la possibilità di parlare. Finché c’è un tavolo al quale discutere non preferiamo restare seduti».

Fonte: Corriere della sera

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