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Pubblico impiego, il posto resta sicuro ma gli stipendi sono congelati da 5 anni

I sindacati di settore: «Rari i licenziamenti ma chi ha commesso colpe gravi deve essere cacciato» «I premi? Vanno a chi è vicino politicamente ai vertici». A Bergamo cronica carenza di personale Se per il comparto privato delle imprese è stato un quinquennio drammatico con la chiusura di aziende e la soppressione di posti di lavoro, lo stesso non si può dire per i lavoratori del pubblico impiego. Anche qui i problemi non mancano ma, quanto meno fino ad oggi, la pachidermica macchina pubblica non ha lasciato a casa nessuno. Un bel privilegio rispetto ai settori privati, anche se ai sindacati del settore il termine non piace. «Non parleremmo di privilegio – dicono Emanuela Leoni e Antonio Montanino, rispettivamente segretario generale e organizzativo della Fpl-Uil provinciale (enti locali e sanità) – semmai di un piccolo vantaggio rispetto alle categorie del privato. Senza contare il fatto che per le aziende private con più di 15 dipendenti le tutele sono maggiori rispetto al pubblico». Tuttavia, i licenziamenti collettivi non esistono nel pubblico, anche quando certi grossi enti (pensiamo ad alcune grandi città o strutture sanitarie) sono oberati da debiti che li porterebbero dritti filati al fallimento, se fossero aziende private. Anche i licenziamenti individuali per giusta causa sono una rarità, e gli stessi sindacalisti ammettono di averne seguiti ben pochi. «Il licenziamento è difficile – ammette Emanuela Leoni – ma può comunque arrivare al termine dei provvedimenti disciplinari, che vanno dalla multa alla sospensione. Io però non ne ho mai gestito uno, invece alcuni esuberi nelle cooperative sociali sì». «Nel pubblico – dice a sua volta Livio Paris, segretario provinciale di Uilpa-Uil (statali, enti previdenziali) – c’è il vantaggio del posto sicuro ma non l’inamovibilità. Quanto ai provvedimenti disciplinari, noi facciamo un po’ da mediatori e cerchiamo di far capire a entrambe le parti (dirigenti e dipendenti) che bisogna aggiustare il tiro». Anche Mario Gatti, segretario provinciale della Fp-Cisl (affiancato da Claudia Belotti, della segreteria), ha assistito solo a «qualche sporadico esubero in qualche Comune o cooperativa sociale». Eppure, casi di assenteismo o di scarsa produttività (i cosiddetti «fannulloni») non sembrano mancare neppure nei nostri enti pubblici. «Il problema – continua Gatti – è che da parte di certi lavoratori ci vorrebbe un po’ più di etica e di senso del dovere, e da parte di certi dirigenti un po’ più di controllo, che invece manca del tutto, più che altro per quieto vivere. In generale, andrebbe fatto passare il messaggio che bisogna fare il proprio dovere». La mancanza di controlli avvantaggia così chi si imbosca o si addormenta sulla pratica e penalizza coloro che si danno da fare. Ma la riforma Brunetta non ha cambiato nulla? «Ha introdotto – risponde Gatti – regole di premialità troppo rigide quando invece ci voleva un modello di organizzazione collegato agli obiettivi». «Nel pubblico – sostiene Gian Marco Brumana, segretario provinciale Fp-Cgil – c’è ovviamente qualche vantaggio di stabilità, anche se quanto accaduto fino ad oggi non è detto che si ripeta in futuro». In effetti, in Paesi come Grecia, Spagna e Gran Bretagna il personale pubblico è stato tagliato e bisognerà vedere a quali conclusioni arriverà Carlo Cottarelli, l’uomo della spending review. C’è già comunque una sorta di Cassa integrazione anche nel pubblico: l’accompagnamento alla pensione o messa in disponibilità, che comporta il pagamento dell’80% della retribuzione lorda fino ad un massimo di due anni che, con la spending review, vengono portati a quattro anni. Anche secondo l’esperienza di Brumana, restano pochi («alcune unità») i licenziamenti disciplinari nel pubblico. I sindacati, tuttavia, sostengono di non stare dalla parte di chi commette gravi colpe. Cosa succederà al carabiniere (oggi sospeso) che ha rubato una borsetta durante i fatti di sangue di Chiuduno? E al comandante della polizia locale accusato di aver sottratto soldi pubblici? «Entrambi i casi dovrebbero concludersi con il licenziamento», dice Brumana. La procedura è del resto obbligatoria: si parte dal richiamo per arrivare prima alla multa poi alla sospensione di alcuni giorni quindi alla sospensione fino a sei mesi (con il taglio del 50% dello stipendio) e, alla fine dell’iter, al licenziamento per giusta causa. E per gli onesti che fanno il loro dovere nell’Amministrazione pubblica non sono previsti riconoscimenti? «Sono previsti – risponde Brumana – premi di produttività. Il rischio però è che venga premiato non il lavoratore più meritevole ma quello più vicino in termini di colore politico alle Amministrazioni, in particolare nelle posizioni apicali. I sistemi di valutazione possono quindi essere inficiati da valutazioni politiche». I sindacalisti del pubblico impiego battono poi sul tasto del mancato adeguamento degli stipendi all’inflazione e su quello del continuo assottigliamento dell’organico, soprattutto in una provincia come la nostra afflitta da una cronica carenza di personale. «Il blocco dei contratti – dice Paris – pesa per 800-1.200 euro pro capite l’anno. Non è poco, considerato che lo stipendio medio di un dipendente pubblico varia dai 1.200 ai 1.800 euro». E Gatti conferma: «Negli enti locali, poi, la paga media è più bassa, attorno ai 1.100-1.200 euro, e un cantoniere della Provincia non arriva a mille euro. Dal 2009 il blocco dei contratti ha fatto perdere qualcosa come 5 mila euro al dipendente pubblico. Solo che chi ricopre ruoli più elevati, in rapporto, ha perso meno. E dal 2010 c’è anche il blocco del contratto integrativo di secondo livello». Quanto alla riduzione dell’organico, Brumana sottolinea che «nel 2012 i dipendenti pubblici sono calati del 4%. E in provincia di Bergamo la media è nettamente inferiore sia alla media italiana sia a quella lombarda: in Italia c’è un dipendente ogni 115 abitanti, in Lombardia uno ogni 130 abitanti e nella nostra provincia uno ogni 173 abitanti. Le nostre Amministrazioni locali in passato hanno sempre pensato di risparmiare sui costi del personale ma questa gestione oculata, purtroppo, non è stata premiata, mentre lo è stata la politica delle Amministrazioni spendaccione». E Gatti: «Nella nostra provincia i dipendenti pubblici sono passati dai 17 mila del 2002 ai 14.600 di oggi, con un calo di 2.400 unità». Ma per i sindacati bisogna anche sfatare la leggenda che la spesa pubblica sia in gran parte costituita dai costi per il personale: «Non è così – conclude Gatti – perché su 800 miliardi di spesa pubblica le fette più grosse sono costituite dai 330 miliardi per le pensioni e dai 300 per prestazioni di servizi e consulenze. L’unica a scendere in questi anni è stata proprio la spesa per il personale, calata da 170 a 165 miliardi»

Fonte: L'Eco di Bergamo

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