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Pubblico impiego, ecco tutti i nodi dei nuovi contratti

La cornice è praticamente fatta, ma poi tocca dipingere il quadro: e lì arrivano i problemi veri.

Per gli statali che da sei anni hanno i contratti congelati, e da sette mesi si sono sentiti dire dalla Corte costituzionale che il blocco va superato, si entra ora nella fase decisiva, dopo che nei giorni scorsi il ministro della Pa Marianna Madia ha firmato l’atto di indirizzo all’Aran per chiudere la riforma dei comparti: la mossa indica che il lungo cantiere sulla riscrittura della geografia pubblica è arrivato all’ultima curva, dopo di che si potrà cominciare a discutere di rinnovi, e di soldi (pochi). Un problema diventato ancora più urgente dopo che il tribunale di Reggio Emilia ha riconosciuto l’illegittimità della sospensione post 30 luglio, aprendo la porta al rischio indennizzi.

Riforme vecchie e nuove

A prima vista, l’obbligo di ridurre a quattro i dodici comparti in cui oggi è divisa la Pubblica amministrazione sembra una questione da burocrazie amministrative e sindacali, ma non è così. A ogni comparto, infatti, corrisponde un contratto nazionale, per cui gli accorpamenti a suo tempo imposti dalla riforma Brunetta e rimasti nel cassetto perché subito dopo la crisi di finanza pubblica ha bloccato i rinnovi promettono di interessare da vicino la vita e le prospettive dei dipendenti pubblici. Vediamo come.

La geografia della Pa

Come ogni matrimonio che si rispetti, anche quelli fra le amministrazioni dovranno avvenire «per affinità». La sanità, che ha caratteristiche troppo particolari, rimarrà da sola, e lo stesso accadrà a Regioni ed enti locali. La scuola, invece, sembra destinata a unirsi a università, ricerca e alta formazione artistica e musicale nel «comparto della conoscenza», e tutte le altre Pa dovrebbero unirsi per formare la famiglia dei «poteri nazionali», che gli addetti ai lavori già chiamano il “compartone”: un nome che gli deriva non tanto dai numeri (305mila dipendenti circa), ma piuttosto dalle tante differenze che è chiamato ad amalgamare.

Le buste paga

Per capire il problema è bene partire dal dato più concreto, quello dei soldi. Nel compartone dovrebbero finire in particolare i ministeri, le agenzie fiscali (i cui vertici non a caso nei mesi scorsi hanno lanciato allarmi sulla stessa sopravvivenza delle loro strutture), e gli enti pubblici non economici (Inps, Istat, Aci, Enav, Coni e via siglando). Oggi, però, le distanze nelle buste paga medie fra questi settori che dovrebbero unirsi sono importanti: solo nelle voci stipendiali di base, cioè quelle regolate dai contratti nazionali, secondo la Ragioneria generale il ministeriale medio si attesta a 22.852 euro lordi all’anno, il dipendente delle agenzie fiscali arriva a 24.101 euro mentre quello degli enti non economici sale a 26.321 euro. Queste differenze sono figlie di storie e organizzazioni diverse, e si ripetono, anche se spesso a parti invertite, guardando solo al «tabellare», cioè alla base su cui si innestano tutte le altre voci della busta paga. Prendiamo per semplicità una casella di fascia alta fra i non dirigenti, il funzionario appena sotto il direttore di divisione: negli enti non economici (dove ci pensa poi l’indennità «di ente» a far salire la cifra) è il più basso, 27.062 euro lordi per 12 mesi, nelle agenzie fiscali sale a 28.984 euro e nei ministeri arriva a 30.648 euro. Come si fa a riportare il tutto in un contratto unico?

Le conseguenze

Semplificando al massimo, le strade sono tre, ma due sono chiuse in partenza. È impossibile, infatti, ipotizzare un livellamento sia verso il basso, che porterebbe dipendenti e sindacati sulle barricate, sia verso l’alto, che costerebbe miliardi. Una terza via, allora, porterebbe a fissare il nuovo tabellare di entrata per il comparto unico, mantenendo fisse le somme già maturate da ogni dipendente nel tempo, in attesa di un allineamento progressivo. In pratica, se nei tre comparti attuali il tabellare è di 100 negli enti pubblici, di 107 nelle agenzie e di 113 nei ministeri, il livello d’ingresso nel nuovo compartone potrebbe essere fissato a 100,5 (i soldi sul piatto sono pochi), mantenendo inalterate le somme aggiuntive di ciascuno in attesa dei prossimi rinnovi. Si tratterebbe di una replica in larga scala del meccanismo dello «zainetto», poi accantonato per mancanza di fondi, con cui ogni ex provinciale avrebbe dovuto trasportare nel nuovo ente di destinazione le somme in più maturate nel corso della carriera. I soldi in più sarebbero poi «riassorbiti» nei futuri rinnovi, ma nei settori con le medie più “ricche” un meccanismo così renderebbe di fatto impossibile ogni ritocco per molti anni. Per riavviare la macchina, l’atto di indirizzo arrivato da Palazzo Vidoni apre alla possibilità di articolare i contratti in «parti comuni», in cui scrivere le regole che si prestano meglio a un’applicazione trasversale, e «parti speciali», in cui disciplinare ciò che non può essere uguale per tutti. Questa scelta, avverte però la Funzione pubblica, si potrà praticare in «casi limitati», e per disciplinare solo «alcuni aspetti del rapporto di lavoro», senza provare a riproporre in modo gattopardesco la situazione attuale.

Proprio la mobilità delle Province, del resto, ha spinto in più di un’occasione il ministro Madia a ricordare che le esigenze di flessibilità e di innovazione della macchina pubblica spingono verso l’idea di un «personale unico della Repubblica», abbandonando la vecchia geografia sclerotizzata dei comparti. È una prospettiva importante, che potrebbe passare dal nuovo testo unico in cantiere con la riforma della Pa ma chiederebbe tempi e sforzi di attuazione imponenti: difficili da allineare con la cronaca quotidiana delle attese dei dipendenti pubblici dopo sette anni di stop.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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