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Province tradite dalla Delrio

Falcidiate dai tagli e con le stesse funzioni del passato, le province vivono alla giornata. E tra mille difficoltà provano a chiudere i bilanci 2015 confidando di avere più tempo per farlo (la proroga al 30 settembre è ormai certa e sarà formalizzata oggi in Conferenza stato-città) e soprattutto di poter approvare un preventivo limitato a un orizzonte temporale annuale. Perché con 2 miliardi e 145 milioni di risorse disponibili per il 2015 a fronte di uscite per 2 miliardi e 360 milioni (solo per garantire la spesa corrente) sarà già un miracolo far quadrare i conti per quest’anno. Mentre il futuro, a meno di un deciso cambio di rotta da parte del governo con la prossima legge di stabilità, appare decisamente fosco con una prospettiva di tagli pari a 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017.

L’Upi lo ripete da mesi e l’ha ribadito ieri presentando un dossier che fa il punto sullo stato di dissesto in cui versano gli enti e sull’impatto che la crisi delle province rischia di avere sui servizi ai cittadini: se le cose non cambieranno, in autunno non ci saranno più i soldi per il riscaldamento e la manutenzione di 5.127 scuole superiori, per mettere in sicurezza i 130 mila km di strade provinciali e sgomberarli dalla neve, per svolgere i servizi di tutela ambientale e cura dei disabili che ancora spettano alle province, per pagare gli stipendi ai dipendenti e le fatture ai fornitori. Eppure le soluzioni per dare un po’ di ossigeno alle casse provinciali ci sarebbero e passano dal decreto enti locali (dl 78/2015) all’esame del senato, dove è stata presentata una valanga di emendamenti che consentirebbero almeno di chiudere i bilanci 2015 in equilibrio.

L’Upi chiede innanzitutto norme ad hoc per alleggerire le province della spesa per il personale adibito a funzioni non fondamentali. Si tratta di almeno un miliardo di euro (di cui 450 milioni solo per i centri per l’impiego) che continua a essere sul conto economico degli enti a causa dell’inerzia della maggior parte delle regioni che non hanno ancora approvato leggi di riordino delle funzioni non fondamentali, lasciandole in capo alle province con il relativo personale da mantenere ma con risorse tagliate dallo stato.

Solo in sei hanno legiferato in materia (Calabria, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria), ma nessuna ha previsto il passaggio del personale e dei relativi costi a partire dal 1° gennaio come prescritto dalla legge di stabilità.

Tra le altre richieste per recuperare risorse, l’Upi inserisce la possibilità di utilizzare almeno la metà dei proventi da alienazioni patrimoniali per la spesa corrente. E chiede di poter non versare al fondo di ammortamento dei titoli di stato il 10% dei proventi da alienazioni per destinarlo all’estinzione dei mutui. Completa il pacchetto di modifiche al dl 78 la cancellazione di tutte le sanzioni finanziarie per le province inadempienti al Patto 2014 e norme ad hoc per gli enti in dissesto. Il cui numero continua a crescere.

Dopo Biella e Vibo Valentia, anche la provincia di La Spezia è da ieri a rischio default. «Molto presto analogo epilogo potrebbe riguardare altre quattro province, impossibilitate a rispettare gli impegni assunti per rientrare in equilibrio finanziario, per l’imposizione di ulteriori prelievi forzosi sulle proprie entrate», ha osservato il presidente dell’Upi Basilicata, Nicola Valluzzi, che coordina il gruppo delle province in riequilibrio, intervenendo all’Assemblea nazionale dei presidenti a Roma.

Eppure, secondo l’Upi, pur nella consapevolezza della scarsità di risorse presenti nel bilancio dello stato, i margini per alleggerire la morsa sulle province nel 2016-2017 ci sarebbero. Come? Semplicemente applicando la legge Delrio che ha imposto (comma 90 della legge 56/2014) a stato e regioni di sopprimere agenzie, consorzi, società in house a cui fossero state attribuite funzioni di organizzazione di servizi pubblici di rilevanza economica in ambito provinciale. Nessuna regione ha dato seguito a questo obbligo con la conseguenza che attualmente vivono e godono di ottima salute 156 Ato (tra acqua e rifiuti) e 3.176 enti tra consorzi, partecipate e agenzie che gestiscono attività strumentali. Nel 2014 sono costati 1 miliardo e 796 milioni, mentre le regioni hanno devoluto alle società regionali 1 miliardo e 633 milioni. Per non parlare delle stazioni appaltanti che se davvero scendessero dalle attuali 35 mila a 107, ossia una per provincia (come previsto dalla legge Delrio) consentirebbero, secondo le stime dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, un risparmio di oltre 2 miliardi nel 2015 e 7 mld nel 2016. «È su questi numeri che il governo e le regioni devono intervenire, attuando tutte quelle misure innovative che sono contenute nella legge Delrio, che affida alle province tutte le funzioni di organizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, e che indica negli enti di area vasta le istituzioni più indicate come stazioni uniche appaltanti», ha commentato il presidente dell’Upi Achille Variati.

Fonte: Italia Oggi

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