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Province senza soldi nel 2017

Tra due anni le province non avranno più un euro in cassa per garantire i servizi ai cittadini. I tagli programmati dal governo di Matteo Renzi fino al 2017, che si sommano a quelli già iniziati con la spending review di Mario Monti, porteranno a zero il budget a disposizione degli enti intermedi al netto delle spese incomprimibili (personale e mutui). L’allarme, già evidenziato dall’Upi nell’incontro col governo di mercoledì scorso (si veda ItaliaOggi del 30 ottobre) è stato rilanciato ieri da Milano. La scelta del capoluogo lombardo non è casuale, perché del miliardo e mezzo che il governo si appresta a tagliare alle province (un miliardo con la legge di stabilità 2015 a cui si aggiungono 510 milioni di riduzioni di beni e servizi imposte dal decreto Irpef 2014) quasi 340 milioni arriveranno dalle province lombarde, le più tartassate, che nel complesso dovranno ridurre del 42% le spese per le funzioni che resteranno in mano provinciale anche a seguito della completa attuazione della legge Delrio (assistenza ai comuni, sicurezza scolastica, ambiente, viabilità e trasporti). Tutte le altre funzioni (turismo, sport, sviluppo economico, lavoro, formazione) dovranno passare a comuni o regioni a partire dal 2015, ma nel frattempo le province dovranno garantire anche queste in ossequio al principio di continuità amministrativa. E farlo sarà molto difficile con poco più di 3 miliardi in cassa che nel 2015 si ridurranno a 2 a causa dei tagli progettati da Renzi, fino ad azzerarsi nel 2017 (si veda tabella in pagina). A meno che le province non vogliano alleggerire le spese fisse quali quelle per il personale (oggi pesano per 2 miliardi), cosa che ovviamente nessuno si augura. L’Upi porterà questi dati nell’incontro di martedì prossimo col governo. Un tavolo tecnico tra enti locali ed esecutivo che, come si ricorderà (si veda ItaliaOggi del 30/10) è stato chiesto dal presidente dell’Anci, Piero Fassino, proprio per fare chiarezza sulla disomogeneità di vedute sull’entità delle decurtazioni. I conti non tornano non solo all’Anci (che stima in 3,7 miliardi il totale dei sacrifici e quindi contesta che il taglio sia limitato a 1,2 miliardo come sostiene il governo), ma anche all’Upi che ha chiesto a Renzi e al ministro dell’economia Pier Carlo Padoan di fare chiarezza. Ad oggi infatti è ancora oscuro se il miliardo decurtato dalla legge di stabilità 2015 si aggiunga ai tagli da spending review imposti dal dl 66/2014 o li assorba. «Non c’è nessun atteggiamento polemico nei confronti del governo», precisa il presidente dell’Upi e della provincia di Mantova, Alessandro Pastacci. «Vogliamo che il governo ci dica con certezza quanto avremo a disposizione nel 2015 per garantire servizi di base a 5.100 scuole e oltre 2 milioni e mezzo di studenti, oltre che al 70% del sistema stradale italiano». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Upl (Unione province lombarde) e della provincia di Pavia, Daniele Bosone. «È nostra ferma intenzione collaborare con il governo per garantire i fondamentali servizi ai cittadini con l’attuazione della riforma Delrio, ma la legge di stabilità non sembra coerente. Nel bilancio 2015 delle nuove province lombarde mancheranno in totale quasi 250 milioni di euro, necessari per garantire almeno il livello minimo dei servizi essenziali, quali la manutenzione di scuole superiori, di strade e ponti, la gestione delle funzioni ambientali che comprendono anche il sistema di protezione civile. Cosa diremo agli oltre 350 mila ragazzi lombardi, se non potremo assicurare un adeguato diritto allo studio?». La provincia chiamata ai maggiori sacrifici sarà Varese dove i tagli peseranno per il 110% delle risorse disponibili (15,9 milioni a fronte di risorse per 14,3). Seguono Lodi con l’88% dei tagli e Milano con il 69% (dovrà rinunciare a 58 milioni su 84,5). Anche il presidente di Anci Lombardia e sindaco di Monza Roberto Scanagatti si associa alla richiesta di un’operazione verità. «Il vero impatto della legge di stabilità non è di 1,2 miliardi perché devono essere aggiunte le manovre degli anni precedenti, senza dimenticare come, con le nuove norme sulla formazione dei bilanci, verranno ricalcolate molte voci già contabilizzate».

Fonte: Italia Oggi

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