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Primi segnali su statali e acquisti

Qualche piccolo segnale virtuoso si è visto già nel 2011.
Nell’anno in cui due diversi governi hanno sfornato almeno tre manovre correttive, producevano effetti – magari solo in parte – gli interventi approvati in precedenza.
Certo, il traguardo del pareggio di bilancio è ancora lontano, ma nel consuntivo del 2011 si possono trovare alcuni risultati che mai o molto raramente si erano visti nella storia recente.
Parliamo qui del conto delle amministrazioni pubbliche, il bilancio complessivo di tutti gli enti pubblici, compresi quelli locali.
Prendiamo ad esempio la voce «redditi da lavoro dipendente», ossia gli stipendi dei dipendenti pubblici: vederli scendere in valore assoluto di due miliardi, da 172 a 170, può fare una certa impressione, anche considerando che una riduzione si era avuta – ma anche a causa di fattori contabili straordinari solo nell’anno dell’ingresso dell’Italia nell’euro.
Il merito, o la colpa, a seconda dei punti di vista, è del congelamento delle retribuzioni e del mancato ricambio dei lavoratori pensionati: misure decise nel 2010 per tre anni e poi prolungate di un ulteriore anno con il decreto salva-Italia.
Il calo dovrebbe proseguire lentamente dal 2012 in poi e in base alle stime del Documento di economia e finanza (Def) l’incidenza di questa voce sul Pil scenderà nel 2015 al di sotto del 10 per cento.
Oppure si può vedere un altro aggregato, quello dei «consumi intermedi» che rappresenta sostanzialmente gli acquisti di beni e servizi effettuati dalle varie strutture pubbliche.
Negli anni scorsi la crescita è stata costante e a tratti anche brusca.
Nel 2011 invece il livello delle uscite è rimasto inchiodato ai 136 miliardi dell’anno precedente, risultando più basso per circa 400 milioni anche rispetto alle ultime stime del governo.
Ciò è avvenuto, si legge nel Def, «verosimilmente per effetto di comportamenti più virtuosi adottati dalle amministrazioni pubbliche».
Anche per i consumi intermedi il cammino è in lieve discesa nei prossimi anni, con un piccolo recupero nel 2015; ed anche in questo caso, ovviamente, alla riduzione o alla stabilità nominale corrisponderà una riduzione del peso sul Pil, una volta che l’economia avrà ripreso il percorso della crescita.
Sono queste le voci che il governo dovrà sorvegliare con attenzione in vista dell’obiettivo di azzerare il deficit, ed anche la procedura di revisione della spesa dovrà dare il suo contributo.
Altri capitoli, come quello delle pensioni, sono stati certo toccati in modo molto incisivo ma faranno vedere il proprio effetto sui conti pubblici in tempi un po’ più lunghi.
C’è poi la spesa per investimenti che tra 2010 e 2011 è scesa di ben sei miliardi, ma questa non è necessariamente una buona notizia: per i prossimi anni è destinata a restare appiattita sugli stessi livelli.
Alla fine, complessivamente, l’anno scorso c’è stata una riduzione della spesa di più di tre miliardi e mezzo, se si escludono dal conto gli interessi sul debito pubblico.
Dunque qualcosa è stato fatto; anche se molto, moltissimo resta da fare.
Uno dei nodi è il coordinamento tra il centro e la periferia.
I ministeri, primi destinatari della spending review, hanno visto ridotte all’osso le proprie dotazioni.
Ma anche Regioni ed enti locali sono stati negli ultimi anni destinatari di tagli indubbiamente molto pesanti, ed hanno dato il loro contributo al risultato del 2011.
Per entrambi restare sul binario del rigore non sarà facile.
Lo strumento del taglio lineare, usato a più riprese, è probabilmente un’arma spuntata e dunque diventerà decisiva la capacità di dare qualità alla spesa: proprio uno degli obiettivi affidati al ministro Giarda.

Fonte: il Messaggero

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