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Precari anche nella pubblica amministrazione, il Tfr impossibile di pompieri e vigili urbani

Contratti a tempo determinato o co. co. co che nascondono rapporti di lavoro a tempo indeterminato, senza ferie, senza malattia, senza pensione, senza tfr, senza straordinari riconosciuti. Senza futuro. Abusi su abusi che si insinuano nelle larghe, larghissime maglie delle leggi sul lavoro. Nel settore privato ma anche, soprattutto, nella pubblica amministrazione. A farne le spese, nel vero senso della parola, sono i lavoratori precari, che, spesso per paura di ritorsioni e di non lavorare più, tacciono di fronte a ingiustizie palesi e soprusi evidenti, rinunciando a far valere i propri diritti.

Ma qualcosa si sta muovendo, qualcuno inizia ad alzare la testa. Per la prima volta in Italia un giudice di Roma ha accolto l’istanza di un vigile del fuoco discontinuo precario che chiedeva il pagamento del suo trattamento di fine rapporto (tfr) degli ultimi cinque anni, mai ricevuto. Il tribunale ha ingiunto il Comando del vigile del fuoco a pagare la dovuta somma.

Come per ogni contratto a tempo determinato la liquidazione del tfr, che si matura solo se si lavora 15 giorni nel mese, dovrebbe avvenire alla scadenza del contratto ma questo non avviene per i vigili del fuoco discontinui, che vengono considerati “volontari” e che, per paura di non essere richiamati in servizio non richiedono tale tfr, riscuotibile solo tramite decreto ingiuntivo del tribunale. Nella stessa situazione si trovano gli agenti di polizia locale – i vigili urbani – con contratti a termine che nascondono però rapporti di tipo continuativo, precari che non hanno mai ricevuto il tfr alla fine del periodo di lavoro. “In tantissime città del Sud ricorrere ai vigili del fuoco precari è la norma, da Palermo a Cosenza, a Bari” spiega Maruska Piredda, presidente dell’Alvip, l’unica associazione italiana (apolitica e apartitica) che offre un supporto e la consulenza legale gratuita a tutte le categorie di precari e che sta seguendo i ricorsi dei vigili del fuoco discontinui e degli agenti di polizia locale precari che stanno cercando di recuperare i tfr degli ultimi cinque anni.

“Scaduti i cinque anni si perde il diritto a richiedere il tfr che rimane quindi in azienda, in questo caso al comando” continua Piredda. La storia del “tfr perduto” è una questione ventennale: si tratta di persone, anche di 50 anni, precarie da una vita che hanno perso anche la speranza della stabilizzazione perché hanno superato i limiti d’età per accedere ai concorsi pubblici della categoria. “Questo è il precariato” osserva Piredda “virus del ricatto e della aleatorietà, che in questo caso viene utilizzato da chi invece si dovrebbe impegnare per combatterlo, anche perché i vigili discontinui non sono dipendenti di un’azienda privata, ma fanno parte di quel pubblico impiego in cui il precariato non sarebbe dovuto esistere, secondo la famosa legge 30″ meglio conosciuta come legge Biagi, che per come era stata concepita non si sarebbe potuta applicare al pubblico impiego, ma che col tempo, è stata modificata dai governi che si sono succeduti, in modo tale che i paletti sono caduti, trovando così applicazione anche nella pubblica amministrazione.

Via via c’è stato un ulteriore allargamento degli spazi di illegalità e il controllore è anche il controllato. Così per esempio si è dato il via libera all’inserimento di precari del ministero dell’Interno con contratti a termine nelle prefetture per il disbrigo delle pratiche legate ai flussi migratori: 1.200 contratti a termine che scadranno a fine anno, senza sapere chi li rimpiazzerà.

“Non solo, a questi si mischiano interinali, precari del Formez, di Italia Lavoro… con rapporti di lavoro non facilmente monitorabili”, spiega Gianguido Santucci, coordinatore nazionale Cgil Funzione Pubblica. “In teoria anche i somministrati dovrebbero far riferimento al trattamento retributivo e previdenziale dell’ufficio in cui sono stati inseriti ma di fatto non ci sono controlli per verificarlo. Il problema quindi non è il tfr ma è la pubblica amministrazione che è sempre meno regolare e garantista, è colpa di un impiego pubblico che si avvicina sempre più al privato, un processo non  frutto di un miglioramento ma di una degenerazione del sistema che non tutela le fasce più deboli. Con precari che arrivano a lavorare anche sedici ore al giorno”.

Agnese Ananasso

Fonte: La Repubblica

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