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Piano Madia, assunzioni nella pubblica amministrazione: via libera a chi è precario da 3 anni

Un piano di assunzioni straordinario per «superare il precariato» e «valorizzare la professionalità acquisita» da chi lavora nella Pubblica Amministrazione da anni. Il progetto era già stato annunciato ma ora prende forma, con la definizione dell’anzianità minima richiesta per accedere: almeno tre anni anche se non continuativi. È lo stesso tetto che vale per il privato, che spacchettato in mesi fa 36. La mossa rientra nella riforma del pubblico impiego e risponde anche ai richiami dell’Europa, che da tempo ha acceso i fari sull’abuso di contratti a termine rinnovati all’infinito. Un esempio emblematico è quello dei ricercatori dell’Istat, per i quali la soluzione è arrivata proprio in serata ed è stata salutata con soddisfazione anche dalla ministra della P.a, Marianna Madia, che si è detta «contenta che tutto sia andato nel modo giusto».

Mercoledì cadrà il velo su tutto il nuovo Statuto della P.a, è stato infatti convocato il tavolo con le organizzazioni sindacali per fare il punto su un riordino che va dalla lotta all’assenteismo a un nuovo sistema di valutazione. In questi momenti sono in corso gli ultimi ritocchi al testo. Tra le novità dell’ultima ora, ci sono i dettagli sulle misure speciali per tutelare chi è già parte integrante della macchina pubblica anche se con rapporti di lavoro precari. Il piano straordinario per le assunzioni coprirà il triennio che va dal 2018 al 2020 e si snoderà su un doppio binario. Da una parte si dà la possibilità di trasformare in fisso chi già lavora in una data amministrazione a tempo determinato ed è stato selezionato tramite concorso; dall’altra si consentirà di aprire bandi che destinino almeno il 50% dei posti disponibili al personale interno con contratti di lavoro flessibile. Quindi chi ha già fatto un concorso può essere assunto senza doverne fare di nuovi, mentre gli altri avranno l’opportunità di poter partecipare a un concorso contando su una riserva, su una quota consistente di posti a loro dedicati.

L’intervento che ha fatto da apripista, sul cui modello è basato il piano, è quello, lanciato dal governo l’estate scorsa, che ha consentito alla amministrazioni comunali di risolvere il problema del personale scolastico, precario, di materne e asili nido. Resta da definire la data da cui far scorrere i tre anni, fonti sindacali parlano di cinque anni, quindi se si inizia nel 2018, il conto partirebbe dal 2013, che poi è l’anno in cui, secondo la Ragioneria generale dello Stato, le stabilizzazioni hanno esaurito la loro spinta. Sempre tra i sindacati c’è chi vorrebbe andare più indietro, fino al 2009. L’arco di tempo entro cui far rientrare l’anzianità minima rappresenta quindi un nodo ancora da sciogliere. Ed è per questo altrettanto azzardato stabilire una platea, posto che i contratti a tempo nella P.a. sono poco più di 80 mila concentrati nella sanità e negli enti territoriali (dati Aran), mentre i co.co.co si fermano poco sotto le 38 mila unità.

Le ultime questioni saranno affrontate nel tavolo con i sindacati. «Per noi ci sono tre fatti importanti» dice il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, e coincidono con tre articoli del Testo unico: «il 2, il 5 e il 40», che riguardano lo spazio da riservare alla contrattazione. Per il segretario confederale della Cisl, Maurizio Bernava, «è importante sanare una lunga storia di precariato» e permettere di utilizzare nella P.a «forme di contratto come l’apprendistato qualificato, così da dare spazio a giovani laureati». La Cisl insiste anche per inserire nel decreto «la defiscalizzazione dei premi». A «buon punto siamo» secondo il segretario generale della Confsal Unsa, Massimo Battaglia, che parla di «un inizio positivo».

Fonte: La Stampa

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