Questo articolo è stato letto 0 volte

Più il taglio è efficace più i tempi sono lunghi

«La rapidità di attuazione di un taglio è inversamente proporzionale alla sua efficacia». Potrebbe suonare così il «teorema delle leggi sui costi della politica»: dal 2006 a oggi, la «Gazzetta Ufficiale» si è riempita di leggi che sfrondano posti, cancellano enti, tagliano compensi, ma la spesa per organi politici e amministrativi ha continuato tranquilla la propria corsa. Il teorema, insomma, non è ancora stato dimostrato, ma ci si può provare. Di abolizione delle Province, per esempio, si parla da anni, e dopo il tentativo patetico del Ddl costituzionale varato al tramonto del Governo Berlusconi per sostituirle con altri «enti intermedi», è arrivata l’ultima parola con il decreto di Natale che le svuota di compiti e di politici e con il successivo Ddl che fissa le nuove regole delle Province «ultra-leggere». È davvero l’ultima parola? Il trasferimento senza colpo ferire (e senza che una legge lo dica chiaramente) di 18 miliardi annui di fatturato da un’amministrazione all’altra non sembra un gioco da ragazzi, in un Paese in cui arrivano in Cassazione anche le liti condominiali. La seconda «prova» del teorema è a pagina 4. Come sempre in matematica, è utile partire dai numeri. Per accumulare il costo annuo di un consigliere regionale medio (senza cariche aggiuntive), occorrono circa 1.200 suoi “colleghi” dei mini-enti. Quale taglio è stato applicato con più solerzia? Il teorema non mente, e la sforbiciata negli enti più piccoli si porterà via con le elezioni di maggio circa 4mila posti da consigliere, in larghissima parte nei Comuni sotto i 5mila abitanti dove i gettoni viaggiano intorno ai 17 euro a seduta e le riunioni spesso non arrivano a una decina all’anno. Sfoltire qualcuno dei 218 gruppi che abitano oggi i consigli regionali, magari vietando quelli con un solo componente (che in quanto capogruppo di se stesso ha ufficio, segreteria e spesso un’indennità aggiuntiva) avrebbe fatto risparmiare molto di più. Finora, però, ogni tentativo di tagliare qualcosa in Regione si è infranto contro l’autonomia legislativa dei Governatori, sempre difesa con prontezza a suon di ricorsi in Corte costituzionale. Ad appesantire davvero i costi dei piccoli Comuni sono invece le duplicazioni di funzioni tra enti fotocopia. Per questo la manovra-bis di Ferragosto aveva imposto una sorta di fusione ai municipi fino a 5mila abitanti, e la gestione associata a quelli che contano fra 5.001 e 10mila residenti. Il meccanismo, però, era malfatto, avrebbe chiesto di fondere anche Comuni distanti fra loro decine di chilometri, e nel Milleproroghe è arrivato puntuale il rinvio. Se ne parlerà a metà 2013, forse. Nessun cedimento, invece, sulla norma che ha tagliato i collegi dei revisori dei conti nei Comuni sotto i 5mila abitanti. Nonostante le promesse ai professionisti, e i Ddl bipartisan per cancellare quello che fu considerato un «errore» dai suoi stessi autori (il secondo Governo Prodi) il revisore unico, fatalmente ostaggio della politica, è ancora lì. Risparmi annui? Un paio di milioni. Costi del mancato controllo? Non calcolabili.

Gianni Trovati

Fonte: Il Sole 24Ore

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>