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Per i dipendenti la busta paga sale di oltre 300 euro

Il decreto legge lampo varato ieri dal Governo comincia a fare ordine nel polverone degli stipendi pubblici sollevato dalla bocciatura inferta dalla Consulta ai pilastri dell’austerità in busta paga innalzati dalla manovra estiva del 2010.
Il trattamento economico, in sostanza, dovrebbe tornare in formula piena a partire dal prossimo mese, senza più la trattenuta del 2,5% relativa al Tfr dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale.
Questo primo tassello risolve soprattutto i problemi ai responsabili degli uffici paghe, disorientati dopo che la sentenza costituzionale aveva tolto base normativa alla trattenuta: per disciplinare il nodo vero, cioè quello relativo alla restituzione del maxi-arretrato accumulato con le trattenute del 2011 e 2012, bisognerà aspettare il Dpcm annunciato sempre ieri dal Governo per affrontare «le altre parti della sentenza della Consulta».
L’intervento riporta dunque gli stipendi dei dipendenti pubblici ai livelli pre-trattenuta.
Le somme recuperate sono a conti fatti più interessanti di un rinnovo contrattuale: per un impiegato di un ente locale si tratta di 307 euro netti all’anno, mentre per un dirigente si arriva a mille euro.
Il beneficio è naturalmente proporzionale ai livelli stipendiali dell’interessato, e di conseguenza cresce nell’amministrazione centrale dove gli stipendi sono un po’ più alti: un funzionario si attende il ritorno di quasi 340 euro all’anno se lavora nei ministeri e di quasi 370 se il suo ufficio è in un ente pubblico non economico (Inps, Aci e così via), per un dirigente di seconda fascia la partita vale circa 690 euro all’anno mentre chi occupa i vertici della scala gerarchica può contare su quasi 1.050 euro in più.
L’arretrato da restituire, invece, ammonta a due volte abbondanti le cifre annue appena citate; questo perché nel 2011 il Tfr era soggetto a tassazione separata, più leggera di quella ordinaria, e di conseguenza la somma relativa al 2011 di cui gli interessati attendono il ritorno è più alta del «netto in busta» del 2012.
La partita degli arretrati, però, mette a dura prova i bilanci degli enti pubblici, e in particolare quelli dei piccoli Comuni dove la partita può mandare in crisi i conti.
Giovedì lo stesso presidente dell’Anci Graziano Delrio ha parlato espressamente di «rischio dissesto» nei Comuni più piccoli, chiedendo al Governo di studiare modalità applicative in grado di garantire i diritti dei dipendenti interessati senza mettere a rischio gli equilibri dei conti.
Un rompicapo, ma non è l’unico.
Le «altre parti della sentenza» citate dal comunicato stampa del Governo riguardano anche la restituzione del contributo di solidarietà che ha tagliato del 5% le quote di stipendio superiore a 90mila euro e del 10% quelle sopra i 150mila.
La platea interessata è in questo caso molto più piccola, composta dalle 26mila persone (divise a metà fra Stato ed enti territoriali).
Il problema, però, non è la copertura finanziaria (29 milioni di euro all’anno): la trattenuta riduceva il reddito degli interessati, per cui la sua restituzione impone di ricostruire il vecchio imponibile Irpef e chiedere le quote d’imposta che non sono state pagate a causa della tagliola.
Una ricostruzione della storia fiscale recente da attuare caso per caso, senza dimenticare gli effetti sulle addizionali regionali e locali.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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