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Pensioni, sì a una riforma reale

Qualcuno avverta i tanti urlatori di parte sindacale e non, quelli che protestano dicendo che non si renderanno mai disponibili a fare una riforma delle pensioni, che non si sono accorti che le cose sono già cambiate da un pezzo. C’è qualcuno che va affermando che: «Non è possibile che l’età per le pensioni di vecchiaia sia portata a 67 anni nel 2026». Eppure, se si prendessero la briga di andare a fare delle verifi che, scoprirebbero delle cose interessantissime. In realtà, come si evidenzia dalla semplice lettura della normativa vigente, dal 1° gennaio 2011 per gli uomini del settore privato (per le donne del settore pubblico dal 2012) l’età pensionabile in Italia è pari a 66 anni, a differenza di quella prevista in Germania, Spagna, Danimarca, Belgio e Regno Unito (65 anni), o in Francia (addirittura) di 62 anni. Per gli «autonomi » l’età pensionabile già dal 2010 è pari a 66 anni e 6 mesi. Infatti al requisito del 65° anno di età, si deve aggiungere lo spostamento della decorrenza (la c.d. fi nestra, di un anno per i lavoratori dipendenti del settore privato e per le dipendenti pubbliche, e di 18 mesi per i lavoratori autonomi) periodo durante il quale il lavoratore o è costretto a lavorare per forza o a rimanere a casa, rinunciando però alla retribuzione e aspettando la pensione. A questo si aggiungerà l’incremento della età pensionabile legato all’allungamento della speranza di vita, che avrà i previsti seguenti effetti: 2013: 65 anni e 3 mesi (+12/18 mesi)= 66 anni e 3/9 mesi 2016: 65 anni e 7 mesi (+12/18 mesi)= 66 anni e 7 mesi/67 anni e 1 mese 2019: 65 anni e 11 mesi (+12/18 mesi)= 66 anni e 11 mesi/67 anni e 5 mesi 2022: 66 anni e 3 mesi (+12/18 mesi)= 67 anni e 3/9 mesi! 2025: 66 anni e 7 mesi (+12/18 mesi)= 67 anni e 7 mesi/68 anni e 1 mese sino ad arrivare nel 2052 a 69 anni, quindi a 70 anni o 70 anni e 6 mesi. Allora non rimane che da chiedersi di cosa si sta parlando, soprattutto se si tiene presente che coloro che subiranno l’innalzamento dell’età pensionabile sono quelli già colpiti dal sistema di calcolo contributivo, introdotto a decorrere dal 1996 e che, volenti o nolenti, devono sperare di lavorare il più a lungo possibile, avendo la certezza che la loro pensione sarà ampiamente più bassa (50/60%) della loro retribuzione. Per avere certezza di questo dato si può andare sul sito dell’Inps e cercare la simulazione per il calcolo delle future pensioni, avendo l’accortezza di tener conto che il sito non è stato aggiornato, perché riporta ancora i coeffi cienti di rendimento che trasformano i contributi versati in pensione previsti della legge 335/95, mentre nel frattempo è intervenuta un’altra riduzione operata dalla legge 247/2007. Prendendo a esempio il caso della ipotetica lavoratrice «Beatrice », che ha iniziato a lavorare nel 1990 e che va in pensione a 60 anni nel 2025 (ipotesi peraltro non più percorribile), risulta che essa dovrebbe avere, secondo l’Inps, un rapporto tra retribuzione e pensione pari al 60%. Secondo i nostri calcoli, che tengono conto della citata riduzione, sarà invece del 55,75%. Senza considerare, poi, che detti coeffi cienti dovranno essere ulteriormente aggiornati (ridotti in conseguenza del citato criterio dell’allungamento della speranza di vita) entro la data del pensionamento almeno altre cinque volte, con ulteriori diminuzione della percentuale di rapporto tra pensione e retribuzione. Ovviamente, si obietterà che è stata avviata la previdenza complementare che, in linea teorica, dovrebbe integrare la pensione. Ma, come è risaputo, la previdenza complementare nel nostro paese non è affatto decollata e difficilmente potrà mai decollare compiutamente, per tutta una serie di motivi, a partire dal fatto che con le retribuzioni basse è alquanto improbabile che i lavoratori possano sottoporsi a un ulteriore prelievo. Senza contare, poi, che per il pubblico impiego vigono discipline, in particolare quella fi scale, penalizzanti rispetto a quelle previste per i lavoratori privati. Quindi, di cosa si sta parlando? Di una riforma delle pensioni? La situazione, come dimostrano i fatti, è che il sistema pensionistico non è più una certezza per i lavoratori e i pensionati, considerati solo un costo che occorre ridurre costantemente. L’unica certezza è che oggi il sistema previdenziale, nonostante prelevi una onerosa percentuale di retribuzione (33%), non garantisce più quelle prestazioni adeguate, in grado di assicurare una vita dignitosa al pensionato, come anche previsto dalla Carta costituzionale. Le risorse tolte al sistema pensionistico, infatti, non sono state riutilizzate all’interno dello stesso, ma solo per risolvere le esigenze di «cassa» con le varie manovre fi nanziarie. Su questo argomento la Cisal sostiene con forza la necessità di procedere a una vera riforma del sistema pensionistico, tale da comportare una riduzione della contribuzione previdenziale in linea con le attuali e future ridotte prestazioni, e non sovradimensionata come è attualmente. Le risorse risparmiate consentirebbero ai lavoratori di provvedere direttamente alla sicurezza del loro futuro senza essere sottoposti a uno stillicidio di continui e forzosi prelievi. Se di riforma del sistema pensionistico si deve parlare, questa nostra è una proposta innovativa. Le altre, proposte e attuate in questi anni, sembrano limitarsi solo a un rimaneggiamento di scaloni, scalini o fossati vari, utile solo a ritoccare qualcosa che invece deve essere radicalmente modificato.

Fonte: Italia Oggi

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