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Pensione in anticipo con penalità e prestito

La manovra 2016 è un cantiere aperto. Anche perché al varo mancano ancora quasi due mesi. Diversi sono i nodi da sciogliere. A cominciare dall’entità della manovra stessa, dall’individuazione delle risorse per la proroga della decontribuzioni sui nuovi assunti e per la cancellazione della Tasi sulla prima casa annunciata dal premier insieme allo stop all’Imu agricola e a alla “tassa” sugli imbullonati. Non ultimo è quello delle pensioni con le correzioni della legge Fornero. Come è noto l’obiettivo di Palazzo Chigi è di introdurre con la legge di stabilità maggiore flessibilità in uscita ma con un’operazione che non impatti troppo sui conti pubblici anche per evitare tensioni con la Ue per la quale i risparmi della Fornero sono un punto fermo nel programma di sostenibilità dei conti italiani. Di qui l’esigenza di un intervento che nel breve periodo non si allontani dal miliardo di maggior spesa previdenziale da recuperare poi automaticamente negli anni successivi. E tra le varie ipotesi sul tappeto ce n’è una, valutata con attenzione, che prevede un mix tra assegno ridotto e prestito pensionistico per consentire il pensionamento a partire dal sessantaduesimo anno di età anagrafica. Anche se la soglia di accesso ai pensionamenti ridotti alla fine potrebbe essere collocata a quota 63 anni di età.

La riduzione del trattamento sarebbe sempre più alta per ogni anno di anticipo in più partendo da un “taglio” del 3% ma il lavoratore avrebbe la possibilità di integrare il trattamento utilizzando il “prestito” in una versione leggermente corretta rispetto a quella studiata a suo tempo dal ex ministro Enrico Giovannini.

Per calibrare la riduzione dell’assegno resta sul tavolo l’opzione inserita nella proposta consegnata a Palazzo Chigi dal presidente dell’Inps, Tito Boeri: spalmare il montante contributivo accumulato nel corso di tutta la vita lavorativa in relazione all’età di uscita e alla speranza di vita residua. Con il risultato di ridurre l’assegno per chi lo incassa prima con un taglio di circa il 3% per ogni anno di mancata contribuzione.

In altre parole a parità di montante ogni anno di lavoro in meno farebbe scattare una sempre maggiore riduzione del trattamento. Secondo alcuni tecnici questo intervento secco penalizzerebbe troppo i pensionati con trattamenti di importo limitato. Ma Palazzo Chigi sembra apprezzare il grado di sostenibilità, anche in termini di impatto contabile, di questa proposta. Che potrebbe essere raccordata a quella del prestito previdenziale (magari in versioni parziale), anch’essa con un impatto molto contenuto su conti (meno di 800 milioni con un assegni temporaneo di quasi 700 euro mensili, che si ridurrebbero con un “prestito” di dimensioni più contenute).

Il mix assegno ridotto-prestito non escluderebbe a priori l’adozione anche del reddito minimo garantito tarato sugli over 55 con un ammortizzatore in scadenza, previsto sempre dal pacchetto Boeri. Molto dipenderà dalle risorse disponibili. Il lavoro sulle compatibilità finanziarie delle varie misure e sull’esatta quantificazione dei flussi di pensionati potenzialmente interessati dalle uscite anticipate non è stato ancora completato. Il quadro sarà definitivo a settembre. E a quel punto Matteo Renzi prenderà una decisione definitiva. Anche se con il trascorrere delle settimane è diventato quasi certo l’inserimento nella manovra di misure per rendere più flessibili le uscite pensionistiche. Il piano dovrebbe scaturire da una precisa proposta del Governo che comunque terrà conto dei progetti già presentati (anche di natura parlamentare), a partire da quello del presidente dell’Inps. E che potrebbe anche prevedere un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate, magari sopra i 3mila-3.500 euro netti al mese. Anche se su questo punto non c’è uniformità di vedute tra i tecnici così come all’interno della maggioranza.

Il capitolo previdenza della prossima “stabilità” conterrà sicuramente anche la dote per coprire nell 2016 e negli anni successivi la perequazione delle pensioni legata al bonus Poletti in pagamento dall’inizio del mese per effetto della pronuncia della Consulta. Il costo dell’intervento è di circa 400-500 milioni l’anno. Considerando anche il finanziamento della cassa che si determinerà sulla maggiore spesa (ma solo nel breve periodo) collegata alla flessibilità in uscita delle pensioni, le risorse che potrebbe utilizzare complessivamente il Governo per gli interventi di tipo previdenziale potrebbero aggirarsi tra gli 1,3 e gli 1,7 miliardi a seconda delle opzioni scelte.

Altre risorse (1-1,5 miliardi) saranno stanziate per le misure di contrasto alla povertà. La caccia alle risorse è il refrain della prossima manovra che ormai tende verso i 30 miliardi. Anche perché l’impegno del premier di eliminare la Tasi sulla prima casa, Imu agricola e tassa sugli “imbullonati” dovrà essere mantenuto. Il Governo è al lavoro anche sul taglio dei contributi per facilitare le assunzioni a tempo indeterminato.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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