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Patto per i Comuni alleggerito del 70%

Il Patto di stabilità per i Comuni non viene cancellato, ma di fatto è messo all’angolo da un alleggerimento drastico che ne riduce il peso del 70 per cento. Merito del miliardo di bonus sugli investimenti e della riforma della contabilità, che entra in vigore il 1 gennaio e impone ai sindaci di congelare nel «fondo crediti di dubbia esigibilità» una quota di risorse proporzionale alle mancate riscossioni degli ultimi cinque anni. Questo meccanismo (come anticipato sul Sole 24 Ore dell’8 ottobre) secondo il Governo diminuisce la capacità di spesa degli enti locali di 2,4 miliardi, che si traducono in uno “sconto” sul Patto di stabilità Il Patto 2015 scende quindi verso quota 1,4 miliardi di euro. Resta da capire, però, l’effetto delle novità sui singoli Comuni, perché l’effetto della riforma cambia molto la distribuzione dei sacrifici, concentrando la stretta negli enti più in difficoltà con la riscossione. Un’altra buona notizia arriva però per i sindaci che anticipano le spese statali per i tribunali, e che ora trovano un assegno da 250 milioni. Per le Province, invece, il futuro è tutto da scoprire, perché i nuovi tagli arrivano mentre si cerca di sterilizzare, con gli emendamenti allo «sblocca-Italia», 100 milioni della spending review 2014, e la revisione delle funzioni è solo agli inizi. Insieme alla nuova dose di tagli, la riforma dei conti è dunque l’architrave della manovra per i Comuni. Ha perso quota, invece, l’anticipo almeno parziale degli obblighi di pareggio di bilancio che era stato annunciato nella nota di variazione al Def, e che imporrebbe ai sindaci il pareggio sia nella parte corrente sia nei saldi finali. Queste misure, che secondo stime dell’Ifel valgono una stretta ulteriore da 1,5 miliardi, restano per ora in calendario per il 2016, anche se non mancano spinte per rivedere le regole. Alla luce dei nuovi tagli, il fondo di solidarietà che serve ad aiutare gli enti locali nelle zone meno ricche dal punto di vista fiscale pare destinato a perdere ogni aiuto statale. Già oggi il fondo, che vale circa 6 miliardi, è alimentato per l’80% dall’Imu, ma con la nuova sforbiciata la perequazione diventerà del tutto orizzontale, spostando risorse dai Comuni “ricchi” a quelli “poveri” senza interventi finanziari dello Stato. Anche per questa ragione, la manovra prova ad affinare i meccanismi di distribuzione, che secondo i progetti governativi andranno guidati, per una quota del 20% nel 2015 e crescente negli anni successivi, in base agli standard su «costi» e «capacità fiscali». Il primo fattore riprende le elaborazioni condotte nei mesi scorsi da Sose e Ifel, ora in fase di aggiornamento. Da soli, però, i costi standard non sono sufficienti, anche perché ovviamente i Comuni che offrono meno servizi registrano anche meno spese, e soprattutto vanno accompagnati con le «capacità fiscali standard», per misurare quanta ricchezza ogni ente può raccogliere (ad aliquote di base) sul territorio prima di pescare dal fondo. Dall’unione di questi due fattori, in prospettiva, si dovrebbe capire quante risorse vanno garantite a ogni ente per svolgere senza sprechi le proprie funzioni fondamentali.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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