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Patroni Griffi: statali, il licenziamento sarà possibile

«Una crisi vera scuote l’intero Paese. Soffrono le imprese del Nord-Est, soffrono le famiglie del Mezzogiorno…». Filippo Patroni Griffi abbassa gli occhi e va avanti in un ragionamento intriso di crudo realismo, ma anche di contagiosa fiducia: «L’Italia ha la forza per rialzarsi, per tornare a correre, ma oggi serve assoluta consapevolezza: il temporale non passerà in tempi brevi. Questo va detto, con chiarezza e con onestà». Piano nobile di Palazzo Vidoni: l’ufficio del ministro della Pubblica amministrazione ha spazi larghi e soffitti affrescati. Lui, Patroni Griffi, spesso sorride, a tratti spiega, a volte si frena abbozzando una smorfia divertita: «Già da magistrato mi sentivo limitato nella libertà di pensiero, da quando sono ministro questa libertà è proprio finita». Gli argomenti si accavallano. Il ministro parla di fisco e comprende l’attesa per un impegno concreto verso le famiglie. Ragiona di finanziamento ai partiti e sfida l’antipolitica. Poi si ferma sull’intervento più discusso: quello sul lavoro. E ribadisce la linea sull’articolo 18: «È un punto qualificante di un progetto su cui è stato trovato il giusto equilibrio e che non va – e non può – essere stravolto…». Patroni Griffi prende fiato, beve un caffè e chiarisce che la riforma che da tre mesi sta dividendo il Paese è solo il “primo tempo” di una partita che non sarà chiusa senza la “ripresa”, ovvero l’annunciata delega per l’estensione delle nuove norme anche al pubblico impiego. Un secondo tempo da giocarsi, avverte, tutto «entro l’estate».

Quando farete questo per il settore pubblico, verrete capiti?
Spero che capiscano tutti, anche i sindacati. Devono accettare il meccanismo di mobilità obbligatoria per due anni che già esiste ma che ancora non è stato attuato. Devo farlo perché le amministrazioni pubbliche vanno riorganizzate anche per attuare la spending review sulla spesa pubblica. Noi andiamo avanti e in tempi brevi definiremo, per ogni singola amministrazione, il quadro delle eccedenze del personale in servizio. E chiariremo che questo non significa che dopo 24 mesi quei lavoratori dovranno essere licenziati. Prima proveremo a vedere se quel personale, riqualificato, potrà essere utilizzato meglio in altri settori. Poi, solo se alla fine non si troveranno alternative, l’unica strada rimarrà quella del licenziamento.

In tempi brevi cosa vuol dire?
Entro l’estate, è questo il nostro obiettivo. Anche perché già nella seconda metà di maggio, dopo gli incontri che ho in corso con i sindacati, vorrei che si varasse il disegno di legge sulle nuove regole nel pubblico impiego. Si comporrà di due parti: dirigenza e formazione; poi il mercato del lavoro, con la maggior convergenza possibile con il settore privato. Ma tenendo conto delle peculiarità, a partire dal fatto che nel pubblico si entra per concorso – e quindi in questo caso il datore di lavoro non ha la libertà di scegliersi i propri collaboratori – e che lo Stato qui non è solo regolatore, ma pure datore di lavoro.

Sulla dirigenza cosa si può fare?
Va responsabilizzata, ma garantendo la sua autonomia dal potere politico. Non voglio che si torni allo spoil system, con un balzo all’indietro di 15 anni, quando i dirigenti facevano quello che i politici dicevano loro di fare. Dagli anni Novanta abbiamo acquisito il principio della separazione tra politica e amministrazione, ora lo vorremmo rafforzare. Ad esempio io, il dirigente licenziato illegittimamente vorrei farlo comunque reintegrare, anche per evitare che la politica sia “tentata” di liberarsene, per di più addossandone i costi ai contribuenti.

Passiamo ai dipendenti. Qui cosa accadrà?
Bisogna essere, ancora una volta, chiari. I licenziamenti discriminatori hanno una disciplina identica al privato, com’è ovvio. Quelli disciplinari sono regolati da una procedura dettagliata, proprio per evitare che possano essere utilizzati per finalità diverse. È sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo o economico che bisogna ragionare. Il meccanismo della mobilità deve funzionare. Ripeto: deve. Lo Stato deve essere in grado di sapere se un’amministrazione non ha bisogno di 500 dipendenti, ma può andare avanti bene con 400. E, come conseguenza, deve poter essere messa nelle condizioni di operare con quei 400. Deve poterlo fare nell’interesse di tutti, altrimenti il rischio è che l’amministrazione pubblica venga vista come una forma impropria di ammortizzatore sociale. Deve poterlo fare perché se si tengono quelli che non servono rischia di crescere il discredito verso l’impiego pubblico. E io una cosa del genere davvero non posso accettarla.

Che ambiente ha trovato nella Pubblica amministrazione?
È un mondo diversificato. C’è gente che lavora in maniera vera, credendoci fino in fondo e senza mai risparmiarsi. Ho trovato competenze e passione. A tutti i livelli. In quelli ministeriali. Ma anche nelle realtà locali, nelle scuole, nelle strutture sanitarie. Certo, c’è anche chi nella migliore delle ipotesi fa l’indispensabile. E con quel comportamento getta un’ombra nera anche sugli altri

E poi c’è il cancro della corruzione…
Quella è una patologia vera, un male che va combattuto ed estirpato. Leggo le statistiche, guardo i telegiornali e fatico a non amareggiarmi. I servizi su tutti i tg di quel dipendente del ministero dello Sviluppo che avrebbe preso soldi per rilasciare un’autorizzazione mi hanno lasciato senza parole. Mi è sembrato tutto così assurdo, così incredibile. Per la dinamica e per la tempistica: si parla così tanto di corruzione che mi sarei aspettato una reazione morale forte, decisa…

Sia onesto, ministro: quanto crede a questa reazione?
C’è un’Italia sana e una pubblica amministrazione sana. Deve solo uscire fuori con coraggio. Io continuerò a chiedere questa svolta. A invocare una riprovazione sociale per il cattivo uso della cosa pubblica e un recupero dell’etica pubblica: vede, chi è a servizio dei cittadini deve comportarsi con maggiore attenzione… Già, il dipendente pubblico deve essere portatore di un’etica dell’amministrazione, la gente deve avvertire che chi lavora nella pubblica amministrazione ci crede e io più volte mi sono detto che per dare forza alla svolta bisogna riscoprire una logica premiale.

Si spieghi.
Se parlo di logica premiale a tutti viene in mente una cosa: chi lavora meglio deve avere dei riconoscimenti economici. Sarebbe giusto, anzi sacrosanto ma senza risorse economiche sarebbe ingiusto fare promesse non realizzabili. Oggi questo non si può fare e allora bisogna dare spazio alla fantasia. Penso che le amministrazioni migliori, quelle che realizzano best practices vadano premiate in una manifestazione pubblica: un riconoscimento forse solo simbolico, ma utile per ridare motivazioni alte e per far crescere quel senso di appartenenza che un dipendente pubblico deve avere.

C’è qualcosa di concreto?
Punteremo sulla formazione e moltiplicheremo le occasione di incontro tra le amministrazioni. Stiamo immaginando una rete, una specie di wikipedia delle pubbliche amministrazioni: i dipendenti potranno dialogare, si potranno scambiare idee, raccontare le esperienze migliori. Con due parole: fare rete. Questo non vuol dire fare casta, ma dare forza al senso di appartenenza.

Oggi il tetto agli stipendi dei manager pubblici a 294mila euro…
Sì, si è voltato pagina ed era giusto farlo. Anzi era indispensabile. Vede, io so bene che in relazione alla posizione ricoperta, alle responsabilità e alla professionalità richiesta in alcuni casi poteva essere anche giusta una retribuzione maggiore, ma questo è un momento particolare, di sacrifici veri. E questo ha indotto Monti a scegliere questa strada senza fare nessuna eccezione. Non basta però. Ora c’è una proposta parlamentare appena depositata per estendere il meccanismo a Enti locali, autorità indipendenti e Regioni. Il governo l’appoggerà, perchè se il tetto di 294 mila euro esiste deve valere per tutto il pubblico impiego, senza eccezione alcuna.

Che dice del gran dibattito sul finanziamento ai partiti?
La buona politica c’è, è possibile, ed è un bene comune da salvaguardare. È il canale di espressione della società civile. E allora diciamolo: non esiste una politica senza costi. Sì, diciamolo con forza. Certo, oggi c’è chi urla contro i partiti, ma questa ventata di antipolitica non fa bene a nessuno. Non fa bene al Paese, a chi governa oggi e a chi governerà dal maggio del prossimo anno. Sì, quel giorno noi non ci saremo, ma passeremo la mano con un dato che ci rende orgogliosi: il vero valore aggiunto di quest’anno di lavoro è stato il clima di dialogo, di confronto che si è creato tra governo e forze politiche e tra le forze politiche stesse. Un clima che mai e poi mai dovrà andare disperso.

Fonte: Avvenire

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