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P.a., no al nuovo stop ai contratti

Negli anni dell’austerità il risanamento dei conti pubblici, avvenuto attraverso una sequenza di provvedimenti governativi abbastanza iniqui, ha avuto un alto costo per il cittadino italiano. Particolarmente alto questo costo lo è stato per il contribuente «onesto», per il consumatore di beni di prima necessità e per l’utente dei servizi pubblici essenziali. In un contesto di crescente pressione fi scale il dipendente pubblico non solo è stato tassato pesantemente alla fonte ma, per effetto del blocco dei rinnovi contrattuali, fermi al 31 dicembre del 2009, e del turn over, nonché dell’esteso e diffuso precariato, ha subito una doppia penalizzazione dallo stato e dalle autonomie locali, sia come istituzioni pubbliche sia come datori di lavoro. Il potere di acquisto del dipendente pubblico è stato intaccato gravemente dal blocco pluriennale delle retribuzioni nominali, erose nel valore reale dalla maggiore tassazione e dall’infl azione spinta in alto dal «cattivo governo» delle tariffe e dei prezzi pubblici. Riguardo al blocco del rinnovo dei contratti pubblici e della sua proroga contenuta nella previsione dell’atto governativo n. 9, la Confsal – prima in audizione in parlamento e successivamente nell’incontro del 4 giugno con il ministro della Pubblica amministrazione D’Alia – ha denunciato, oltre all’evidente iniquità, anche l’illegittimità del provvedimento, dato che esso fa saltare la giusta equiparazione tra dipendente pubblico e dipendente privato. Viene infatti violato l’art.3 della Costituzione. Nella fattispecie, all’effetto negativo del blocco del rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici per tempi medio-lunghi si contrappone l’effetto positivo dei rinnovi contrattuali in alcuni settori del privato impiego. La violazione è ancora più grave nel momento in cui viene meno l’uguaglianza fra dipendenti pubblici dello stesso comparto come, per esempio, quello della giustizia, in cui i magistrati non subiscono il blocco retributivo come tutti gli altri dipendenti. È altrettanto palese la violazione dell’art. 36 della Costituzione quando si combinano gli effetti del blocco del turn-over, con la conseguente riduzione del numero dei dipendenti e con l’inevitabile maggiore onerosità delle prestazioni,e quelli del blocco dei rinnovi contrattuali, con la riduzione in termini reali delle retribuzioni. In sintesi, viene meno il rapporto corrispettivo (sinallagma) fra prestazione e controprestazione quale fondamento del sistema privatistico e soprattutto viene mortifi cato il diritto costituzionalmente garantito del lavoratore pubblico «a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del proprio lavoro». Il provvedimento si rivela dunque particolarmente iniquo, oltre che irragionevole, per la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici (ma non per tutti, come abbiamo già detto), data la previsione di pesanti sacrifi ci corrispondenti a cinque anni di «blocco retributivo». E non fi nisce qui, perché il blocco produce profili previdenziali fortemente penalizzanti, per non parlare dello scandaloso mancato riconoscimento dell’indennità di vacanza contrattuale, già prevista dalla legge. Per tutti questi motivi di merito e di legittimità, la Confsal ha chiesto al governo il ritiro dell’atto governativo n. 9. Per il rinnovo dei contratti pubblici le risorse fi nanziarie si possono reperire anche con economie di bilancio e con risparmi di gestione, eliminando gli sprechi, come le costose e spesso inutili consulenze. Da tempo, la Confsal ha individuato, e ha indicato al governo, le fonti di possibili maggiori entrate e di minori spese da destinare a copertura dei contratti pubblici: anzitutto, il contrasto serio e effi cace all’evasione fi scale e poi la vendita graduale del patrimonio pubblico disponibile non utilizzato, cui si aggiungerebbero i risparmi dovuti alle mancate spese di gestione degli immobili alienati. In sintesi, per la Confsal, l’apertura dei negoziati per i rinnovi contrattuali pubblici è un atto dovuto. Così com’è indispensabile defi nire e stanziare le risorse relative ai rinnovi stessi. Una cosa che va fatta anche per affermare un minimo di equità e di legittimità nei confronti dei pubblici dipendenti. D’altra parte, se si vuole veramente una pubblica amministrazione effi ciente e funzionale alla crescita economica e occupazionale non si può continuare con le politiche dei tagli lineari e irrazionali, con il blocco del turn-over e dei rinnovi contrattuali. Al contrario, si devono avviare nuove politiche del personale valorizzando il lavoro pubblico e motivando il personale, anche attraverso l’incentivazione e la premialità del merito professionale. In conclusione, il governo è chiamato a fare delle scelte che siano chiaramente mirate a rendere la pubblica amministrazione effi ciente nello svolgimento e nell’erogazione dei servizi e, al contempo, a valorizzare il lavoro dei pubblici dipendenti. E non solo sotto l’aspetto economico. Per questo la Confsal, insieme con le sue federazioni, dopo aver presentato in tutte le sedi opportune le sue giuste rivendicazioni – accompagnate sempre da ragionevoli proposte risolutive, com’è metodo e stile della Confsal -, proclama la mobilitazione dei lavoratori pubblici e, in caso di mancate «risposte adeguate» da parte del governo, si dichiara pronta a mettere in atto dure azioni di protesta e di lotta.

Fonte: Italia Oggi

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