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Ora il posto pubblico cambia E i trasferimenti preoccupano

Nella riforma Renzi c’è il passaggio obbligatorio dei lavoratori tra enti diversi I sindacati: “Misure non condivise”. A settembre possibile sciopero generale Sul punto di partenza sono tutti d’accordo: una riforma della pubblica amministrazione serve. Anche sui 44 punti contenuti nel decreto legge 90 (“Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari”) nel complesso il giudizio del sindacato è unanime, ma è negativo. Tanto che le organizzazioni sindacali del pubblico impiego (Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uilpa) a settembre sono pronte a chiamare a raccolta i lavoratori e a scendere in piazza.

In provincia 18 mila dipendenti
Ma vediamo quali sono i nodi più contesi della riforma Renzi – che dovrebbe diventare legge il 23 agosto – affrontati ieri nell’assemblea dei lavoratori del pubblico impiego (un centinaio i presenti) della nostra provincia. Innanzitutto va detto che i dipendenti pubblici occupati in Bergamasca sono circa 18 mila, il grosso concentrato nella sanità e negli enti locali. Al momento ciò che sembra preoccupare maggiormente è la questione della mobilità interna. Vale a dire che anche i dipendenti pubblici – come già accade nel privato – potranno essere trasferiti nel raggio di 50 chilometri per ragioni tecniche, organizzative e sostitutive. La cosa preoccupa proprio perché, nel mare magnum della pubblica amministrazione, in un’ottica di razionalizzazione delle risorse, eventuali trasferimenti non sono così improbabili. C’è un ma, stando ai sindacati, e cioè che il trasferimento – non concordato con il lavoratore – può avvenire tra soggetti giuridici diversi. Per assurdo un dipendente dell’Inps potrebbe ritrovarsi impiegato in un Comune del territorio. Altra nota dolente su cui hanno messo l’accento i sindacati è la cosiddetta messa in disponibiltà con relativo demansionamento. In caso di esuberi la messa in disponibilità corrisponde alla Cassa integrazione a zero ore di chi lavora in un’azienda privata: si tratta di un periodo di due anni in cui il soggetto percepisce l’80% della retribuzione base. Il decreto governativo prevede che il lavoratore – per favorire il suo ricollocamento – possa dare la propria disponibilità ad essere inquadrato con una qualifica inferiore (e quindi con una retribuzione più bassa).

Nuovo contratto in vista
Ma Mario Gatti, segretario generale della Cisl Fp, non ci sta a far passare i dipendenti pubblici come privilegiati: «Non parliamo più del pubblico impiego di una volta e la situazione della nostra provincia non è paragonabile ad altre realtà italiane», dice il sindacalista. Con un contratto nazionale scaduto nel 2009 (ci sarebbe l’apertura del governo ad un rinnovo a partire dal 2015) e gli integrativi “bloccati”, i dipendenti del pubblico impiego dovranno fare i conti anche con un turn-over a rilento: “A seconda dei settori, a fronte di tot uscite, le assunzioni saranno grosso modo la metà», sottolinea Mario Brumana, numero uno della Fp Cgil. In generale, ciò che più è risultato indigesto ai sindacati è che « si tratta di una proposta di riforma fatta senza una consultazione effettiva dei lavoratori e delle loro rappresentanze”. Gli fa eco Livio Paris, responsabile della categoria per la Uil, che mette l’accento sul fatto che “una riforma del genere presumeva che il governo conoscesse le problematiche del pubblico impiego”. Un punto almeno è stato accolto con soddisfazione: un dipendente che negli ultimi cinque anni di lavoro prima della pensione voglia passare al part-time, potrà continuare a beneficiare degli stessi contributi di chi ha un contratto a tempo pieno.

Fonte: L'Eco di Bergamo

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