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Nei Comuni partita aperta sugli esuberi

La parola «esuberi» è entrata ufficialmente nel mondo degli uffici pubblici con il decreto di luglio scorso sulla revisione di spesa. Nella Pubblica amministrazione centrale, dopo un complesso lavorio di revisione degli organici ministero per ministero ed ente per ente, ha individuato 7.576 dipendenti “di troppo”: resta però tutto da scrivere il capitolo dedicato agli enti locali, perché anche a loro la spending review chiede di trovare gli organici troppo rigogliosi e di metterli a dieta. Per far partire questo secondo tempo della “razionalizzazione” del personale serve un provvedimento attuativo, ma le regole sono già scritte nel decreto di luglio e naturalmente mettono sotto esame chi spende troppo. Il principale parametro di riferimento è rappresentato dal rapporto fra dipendenti e popolazione, e il primo compito del provvedimento attuativo è trovare l’indicatore medio per ogni classe demografica: chi sarà in linea con la media potrà continuare a gestire il personale con le regole ordinarie, a partire dal turn over che permette di dedicare alle assunzioni fino al 40% dei risparmi ottenuti con le cessazioni dell’anno precedente, ma chi è fuori media dovrà invertire la rotta. Le misure più drastiche riguarderanno gli enti in cui l’indicatore supera del 40% la media della propria classe demografica, perché questi Comuni e Province troppo ingrassati negli anni dovranno mettere mano alla stessa cassetta degli attrezzi prevista per la Pubblica amministrazione centrale: pensionamento per chi raggiunge entro il 2014 i vecchi requisiti previdenziali, part time per gli altri più vicini alla pensione, mobilità e, se tutto questo non basta, lo scivolo biennale all’80% dello stipendio. Uno scivolo che nella pratica costerà agli interessati ben più del 20% del reddito, perché l’80% si calcola sullo stipendio di base e non sulle indennità aggiuntive: queste ultime voci, quindi, andrebbero integralmente perse, e a seconda dei profili il costo effettivo della misura si attesterebbe intorno al 40-50% delle entrate. Anche senza aspettare questa extrema ratio, comunque, il mondo degli enti locali ha in molti casi perso già da tempo le certezze occupazionali di una volta. In un quadro di finanza pubblica sempre più affannoso, si sono moltiplicati i casi di enti locali, anche grandi, che non riescono a pagare puntualmente gli stipendi, con un fenomeno naturalmente diffuso soprattutto nelle amministrazioni che ballano sull’orlo del dissesto finanziario. L’aiuto ai Comuni in crisi introdotto dal decreto «enti locali» di novembre potrà far respirare questi enti (da Napoli a Cosenza, da Reggio Calabria a Catania e Messina sono più di 50 i Comuni che hanno chiesto aiuto) ma non dare certezze per il futuro: i piani di rientro richiedono drastiche revisioni di una spesa uscita da ogni controllo, e ad essere colpite sono prima di tutto le indennità aggiuntive dei dipendenti. E in prospettiva, in molti di questi enti una revisione strutturale degli organici rappresenterà un passaggio obbligato.

I casi

1.LA DIETA 40% Effetti da spending review Il decreto di luglio sulla revisione della spesa pubblica ha previsto anche per le amministrazioni locali l’utilizzo degli stessi strumenti usati per gestire gli «esuberi» nella Pubblica amministrazione statale. Negli enti che supereranno del 40% il rapporto fra dipendenti e popolazione della loro classe demografica, dovranno scattare le misure di riduzione degli organici che prevedono nell’ordine: pensionamento per chi raggiunge i requisiti pre-riforma entro il 2014, part time, mobilità e scivolo biennale all’80 per cento

2.IL BLOCCO 50% Stop totale alle assunzioni È già previsto nei Comuni e nelle Province che dedicano al personale (stipendi, co.co.co., somministrazione, altre forme flessibili, Irap eccetera) più del 50% delle uscite correnti. Il calcolo deve tenere in considerazione anche le spese di personale nelle società controllate titolari di affidamento in house, e in caso di superamento del limite anche a loro si applica il blocco. La stessa misura scatta negli enti che sforano gli obiettivi del Patto di stabilità (e nelle loro società in house), e in quelli che non centreranno gli obiettivi di riduzione del debito

3 IN CRISI A rischio dissesto Sono 54 gli enti locali che hanno già presentato al Governo la domanda per aderire alle misure anti-dissesto introdotte dal decreto enti locali di novembre scorso (47 istanze, arrivate entro fine 2012, entreranno nel primo giro di interventi). Questi enti devono farsi approvare un piano di rientro che prevede forti riduzioni di spesa, e spesso contempla il taglio di molte indennità accessorie al personale. Negli enti a rischio-dissesto, inoltre, spesso è stata sospesa l’erogazione degli stipendi al personale

Fonte: Il Sole 24 Ore

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