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Manovra, salta l’ok delle regioni

Ancora un nulla di fatto nella trattativa tra regioni e governo sul pasticcio degli esuberi provinciali. La grana dei 20 mila dipendenti provinciali da ricollocare in attuazione della legge Delrio (che ha trasformato gli enti di area vasta in organismi di secondo livello con poche e limitate funzioni) si intreccia con i tagli della legge di stabilità (1 miliardo per le province e 4 per i governatori). E in attesa di ricevere il parere dell’esecutivo sulle proposte di modifica regionali, i governatori hanno deciso di restare alla finestra. Anche e soprattutto sulla sorte dei dipendenti delle province. La riunione di ieri della Conferenza unificata che avrebbe dovuto registrare l’atteso parere sulla manovra, si è infatti conclusa con una fumata nera e con un rinvio probabilmente alla prossima settimana. Quando però i giochi sulla legge di stabilità saranno già conclusi, visto che gli emendamenti del governo alla manovra sono attesi oggi in senato. Anche per questo Lombardia e Veneto hanno deciso di non sospendere il giudizio sulla legge di bilancio, ma di bocciarla tout court. A chiarire la posizione delle due regioni dissidenti è stato l’assessore al bilancio della Lombardia e coordinatore degli assessori regionali agli affari finanziari, Massimo Garavaglia particolarmente critico per l’assensa in Unificata di rappresentanti del Mef (per il governo c’erano solo il ministro per gli affari regionali Maria Carmela Lanzetta e il suo sottosegretario Gianclaudio Bressa). Nulla di fatto anche per quanto riguarda il parere dei comuni. «Ci sono ancora troppe incognite sulla legge di stabilità» ha spiegato il sindaco di Catania e presidente del Consiglio nazionale dell’Anci, Enzo Bianco, uscendo dalla riunione della Conferenza Unificata. E tra queste incertezze c’è di sicuro la local tax, il nuovo tributo unico immobiliare comunale che, secondo le attese, avrebbe dovuto trovare posto nella manovra, all’interno di un emendamento da presentare in senato, e invece con buona probabilità sarà oggetto di un provvedimento ad hoc nel 2015. Prepensionamenti nelle province. Tornando alla sorte dei dipendenti provinciali, rispetto al testo del governo che prevedeva un taglio secco del 50% degli organici provinciali e del 30% di quelli delle città metropolitane (si veda ItaliaOggi del 21 e 28 novembre 2014), le regioni avevano rilanciato con una proposta più soft che puntava a consentire ai dipendenti provinciali che maturino i requisiti pensionistici entro il 2018, di andare in pensione con le regole precedenti alla riforma-Fornero (secondo le prime stime dovrebbero essere circa 6000). L’emendamento prevede che l’Inps certifichi alle province i dati dei dipendenti interessati, in modo che le province risolvano i rapporti di lavoro. Nelle more della maturazione dei requisiti, tuttavia, i dipendenti interessati continuerebbero a svolgere l’attività lavorativa. Il secondo passo previsto dall’emendamento delle regioni è ridurre le dotazioni organiche delle province, facendole coincidere col personale in servizio (si scongiurerebbe così il taglio dei costi delle dotazioni nella misura del 50% per le province e 30% per le città metropolitane, previsto dal governo). Le dotazioni verrebbero, poi, automaticamente ridotte del numero dei dipendenti che vadano in pensione entro il 2018. Sistemato il personale più anziano, l’emendamento propone maggiore coerenza con la legge 56/2014. Le regioni, dunque, suggeriscono di individuare il personale provinciale addetto alle funzioni non fondamentali, quelle cioè da trasferire ad altri enti. Detto personale verrebbe dunque trasferito a regioni o comuni (o loro unioni), i quali potrebbero incrementare corrispondentemente la propria dotazione organica, mentre le province dovrebbero simmetricamente ridurla ulteriormente. L’emendamento prevede la sottrazione di questi incrementi dotazionali per regioni e comuni dai vincoli e tetti per la spesa di personale. Le regioni inoltre chiedono un’estensione dei «prepensionamenti» anche per sé. In considerazione dell’afflusso di decine di migliaia di dipendenti provinciali, con l’emendamento propongono di estendere al 2018 anche per i dipendenti propri e dei propri enti i requisiti pensionistici precedenti alla riforma-Fornero, così da assorbire meglio l’impatto dell’incremento della spesa di personale. «I prepensionamenti devono andare di pari passo con una razionalizzazione complessiva degli organici anche regionali in modo da evitare duplicazioni di costi», ha osservato Garavaglia. Intanto però i dipendenti provinciali continuano a stare sulla graticola, senza certezze sul futuro. Per questo Fp-Cgil, Cisl-Fp e Uil-Fpl hanno organizzato un presidio nazionale dei lavoratori delle province, che si terrà il 16 dicembre davanti al senato.

Fonte: Italia Oggi

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