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L’una licenzia, l’altra assume La norma-paracadute per le società pubbliche

La scialuppa di salvataggio per i dipendenti delle società pubbliche che rischiano il posto si è materializzata all’improvviso con un timoniere d’eccezione, il ministro della funzione pubblica Gianpiero D’Alia. Siciliano: e non è un dettaglio. Perché conosce da vicino il travaglio del governatore Rosario Crocetta, e sa quanto sia pesante il fardello delle inefficienze e delle clientele che le società controllate dalla Regione siciliana si trascinano dietro da anni. Di più, è di Messina: dove il nuovo sindaco Renato Accorinti ha trovato nelle municipalizzate una situazione catastrofica. E chissà che non sia venuto proprio da lì lo spunto per quella norma spuntata nel decreto sul pubblico impiego ora in discussione al Senato che sta provocando seri mal di pancia soprattutto fra i suoi colleghi montiani. Leggendola non è difficile capire perché.

L’articolo 3 comma 2 stabilisce infatti che le società pubbliche possano «realizzare processi di mobilità del personale anche in servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto legge». A cosa serve questa «mobilità» è presto detto. Vi risparmiamo il burocratese: far passare il personale da una società pubblica a un’altra che ne abbia manifestato l’esigenza presentando un apposito piano industriale». Questo vale non solo per le aziende controllate direttamente da Regioni, enti locali e Stato, ma anche per quelle controllate «indirettamente». Come per esempio, qualche nome a caso, la Ecomed di proprietà della municipalizzata romana Ama, o la Inmetro posseduta al 100 per cento dalla milanese Atm, oppure la società Pura acqua il cui capitale è dell’Acquedotto pugliese…

Ma quel che più importa vale anche per le imprese che «rilevino eccedenze di personale» o in cui «l’incidenza delle spese di personale sia superiore al 50 per cento delle spese correnti». Come quasi tutte le aziende di trasporto pubblico meridionali. In questi casi si potrà «procedere alla ricollocazione totale o parziale del personale in eccedenza nell’ambito della stessa società» con il part time, ma anche «presso altre società controllate dal medesimo ente».

Il succo è che le imprese pubbliche dissestate potranno scaricare i dipendenti su altre aziende pubbliche, a patto che siano del medesimo azionista. Mentre i privati in difficoltà finanziarie sono costretti (chi può) a metterli in cassa integrazione o licenziarli. Una società di trasporto del Comune X fa il botto? Poco male: il personale finisce alla municipalizzata dei rifiuti dello stesso Comune X che avrà opportunamente presentato un piano industriale con la previsione di aumenti occupazionali. La sintesi è un po’ brutale, ma rende l’idea. E per com’è scritto il decreto questo meccanismo potrebbe toccare anche le società statali. Le Poste hanno troppi postini? No problem: li spediamo alle Fs…

Ma immaginate gli effetti di un meccanismo del genere nella sterminata galassia delle società locali (non meno di 6 mila, con 250 mila dipendenti e 38 mila organi «apicali») che registrano dissesti e situazioni di crisi a ripetizione soprattutto al Sud: dove, secondo uno studio dell’Unioncamere le imprese pubbliche chiudono i bilanci sempre mediamente in perdita. Negli ultimi due anni le sole società controllate dalle Regioni meridionali, Sardegna esclusa, hanno accumulato un rosso di 158 milioni.

Sarà poi interessante assistere alla fusione fredda fra questo decreto e la norma che Graziano Del Rio, come ha raccontato sul Corriere a metà settembre Lorenzo Salvia, avrebbe invece allo studio: una disposizione che imporrebbe (finalmente) la chiusura delle municipalizzate in dissesto. Sempre che la tagliola del ministro degli Affari regionali cali davvero…

In attesa di verificarlo, abbiamo però una certezza. È previsto che si possa saltare da una società pubblica all’altra, ma non traslocare da una società a un ministero. L’articolo 97 della Costituzione («Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge»), almeno è salvo. Anche se forse un po’ acciaccato.

Fonte: Corriere della Sera

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