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Le Province sono un osso duro

Quando si parla di sopprimere le province, lo scetticismo è sempre d’obbligo, per un’abbondante dote di motivi. Quindi, non sollecita peculiari entusiasmi neppure il fatto che il Consiglio dei ministri abbia approvato uno schema di disegno di legge, che dovrà passare all’esame dell’onnipotente conferenza unificata Stato-Regioni-autonomie locali, ormai snodo del potere nazionale più di tante altre istituzioni. Già questo primo passaggio rallenterà e ostacolerà la riforma. Non risulta ancora depositato alle Camere nemmeno il disegno di legge costituzionale, già passato la prima volta al vaglio del governo, destinato a sopprimere la citazione medesima delle province nella Carta. Va infatti chiarito che queste più recenti norme sono transitorie, concepite in attesa che arrivi la riforma costituzionale e volte soprattutto a paralizzare il tentativo, già in atto, di giungere presto al rinnovo dei presidenti e dei consigli provinciali attraverso il normale meccanismo elettorale, che non si è riusciti a sopprimere a causa dell’intervento della Corte costituzionale. Dunque, la prudenza s’impone, anche perché le recenti esperienze in tema di province (da accorpare, prima ancora che da sopprimere) invitano a dubbi, incertezze, attese. Di certo, c’è una diffusa e popolare richiesta di far fuori l’ente intermedio, con esteso appoggio mediatico. Sono rari, in effetti, gli interventi sui mezzi d’informazione che sostengano le province, mentre molti, viceversa, chiedono di andare oltre con i tagli. La necessità di semplificare gli enti pubblici non si appaga con la scomparsa delle province. Tuttavia, si sa bene che è un’impresa impossibile arrivare a un ridimensionamento netto del numero dei Comuni (il Consiglio dei ministri parla di fusione e unione di Comuni, ma le soluzioni saranno largamente limitate e lontane dalla soluzione ottima), per tacere dell’accorpamento di regioni, e senza soffermarsi sulla persistenza di una miriade di altri enti intermedi. Non ci può riuscire perfino una maggioranza estesa come quella odierna. È quindi giocoforza accontentarsi di quel che passa il convento. La partita è sol-tanto all’inizio. Bisogna aver ben presente il peso, tutt’altro che trascurabile, che già hanno esercitato (e ancor più potranno esercitare) i diretti intaccati dal ridimensionamento prima, dall’abolizione poi, delle province: i politici locali e i dipendenti. I primi possono contare su robuste presenze parlamentari. I secondi possono influire, attraverso i sindacati, ma non solo, sull’intera classe politica.

Fonte: Italia Oggi

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