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L’addio alle province rende poco

Più che un de profundis un flop. La soppressione delle province corre il rischio di far risparmiare davvero poco alle casse dello stato. Non che il governo Monti si aspetti chissà quali effetti finanziari dalla trasformazione delle province in enti di secondo livello (65 milioni di euro, si veda ItaliaOggi del 7 dicembre). Ma questo tesoretto potrebbe essere eroso dai costi del passaggio di funzioni, risorse umane e strumentali ai comuni (si veda altro articolo in pagina). E oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica potrebbero derivare da un eventuale diverso inquadramento economicogiuridico del personale negli enti di destinazione. C’è poi il problema dell’indeterminatezza temporale della dead line in cui scatterà la decadenza degli organi attualmente in carica. La tagliola, prima fissata al 30 aprile 2012, è stata rimandata a una legge statale da approvare senza un termine ben preciso. Ma proprio questa incertezza potrebbe far andare inutilmente al voto le sette province (Vicenza, Ancona, Ragusa, Como, Belluno, Genova e La Spezia) in scadenza. Cosa accadrà se questa fantomatica (e assai incerta) legge non dovesse essere approvata prima della fissazione delle nuove elezioni? La risposta, a questo e a tanti altri interrogativi lasciati aperti dalla lettura della manovra, la dà l’ufficio studi della camera: «potrebbero verificarsi le condizioni per un rinnovo del tutto temporaneo dei suddetti organi». In pratica, c’è il rischio di celebrare nella prossima primavera elezioni inutili per eleggere presidenti, giunte e consigli provinciali che già sapranno di restare in vita pochi mesi. I tecnici della camera hanno affidato a tre diversi dossier (uno destinato alla commissione bilancio, un altro alla commissione affari costituzionali e l’ultimo focalizzato sulla compatibilità comunitaria) tutti i rilievi critici relativi al dl 201. Molti dei quali si concentrano proprio sul restyling delle province. Secondo la prima commissione di Montecitorio (che ha dato parere favorevole alla manovra con sette condizioni e quattro osservazioni) bisognerebbe introdurre «una clausola di salvaguardia per le regioni a statuto speciale e per le province autonome di Trento e Bolzano». Inoltre, non convince l’inciso che affida alle province funzioni di «coordinamento e indirizzo politico delle attività dei comuni». Si chiede di eliminare l’aggettivo «politico» (forse ritenuto troppo invasivo rispetto alle prerogative dei sindaci) e di «estendere il rinvio alla legge statale per le modalità di elezioni del consiglio provinciale anche alle modalità di elezione del presidente della provincia». Infine, c’è il capitolo Imu. Il governo ha stimato in 3,8 miliardi il gettito dell’imposta municipale sull’abitazione principale. Esattamente quanto i trasferimenti compensativi dell’Ici prima casa attualmente erogati ai comuni. Un’equiparazione che non convince i tecnici della camera i quali chiedono di chiarire se l’esecutivo ritenga che l’incremento della base imponibile dovuto alla rivalutazione del 60% delle rendite catastali sarà di fatto compensato dalla detrazione prima casa (ora fissata nella misura massima di 200 euro ma potrebbe salire a 400). Dubbi anche sul gettito Imu relativo ai fabbricati rurali (fino a oggi esenti da Ici) e sulla quota di riserva del gettito Imu che lo stato terrà per sè (9 miliardi). Per determinarlo il governo ha sottratto dal gettito complessivo stimato (21,8 mld) la quota relativa alla prima casa (3,8) e ha diviso per due (50% allo stato, 50% ai comuni) la differenza (18 miliardi). Secondo i tecnici la quota di gettito da dividere per due dovrebbe essere al netto della quota sui fab-bricati rurali.

Fonte: IL SOLE 24ORE

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