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La spesa delle Province tutta in affitti e stipendi

Tic. Tic. Tic. Dal rubinetto delle Province, nelle gole arse degli imprenditori, escono poche gocce: un undicesimo dei soldi destinati allo sviluppo economico. Tutto il resto lo trattiene per le spese vive (un miliardo!) il rubinetto burocratico. Lo dicono i dati in possesso al governo. Che cerca di trovare uno sbocco al tormentone sul destino di questi enti per alcuni (presidenti, assessori, galoppini ) «indispensabili», per altri del tutto superflui.

Pesa otto miliardi e 633 milioni la spesa «corrente» delle Province, vale a dire i soldi per il personale, gli affitti, le bollette, la benzina nelle macchine, gli stipendi degli assessori, i gettoni dei consiglieri L’equivalente dei soldi necessari per eliminare l’Imu sulla prima casa ed evitare l’aumento dell’Iva, e avanzerebbe ancora qualcosa. La cifra è contenuta in una tabella che sta sul tavolo del ministro degli Affari regionali, l’ex sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio. Certo, non sparirebbe d’incanto, quel costo, se le Province dovessero scomparire dall’oggi al domani. Ma una bella fetta sì. Eppure il ritornello del Ptpt, il Partito Trasversale delle Province in Trincea che comprende uomini della sinistra e della destra e soprattutto della Lega Nord, non cambia mai: dall’eliminazione delle Province si risparmierebbero solo poche briciole. C’è perfino chi argomenta, dati alla mano, che la spesa aumenterebbe per parte di quei 56 mila dipendenti provinciali eventualmente trasferiti alle Regioni, dove le buste paga sono più pesanti. Dopo aver gioito per la decisione con cui la Corte costituzionale ha cassato la norma del salva Italia che privava di funzioni e di rango elettivo le Province, contestando il veicolo usato per farla passare (il decreto legge d’urgenza), il presidente dell’Upi Antonio Saitta, del Pd, esulta per la sentenza del Tar del Lazio che ha giudicato eccessivi i tagli imposti con la spending review dal governo Monti. Ossia, 500 milioni per il 2012 e 1,2 miliardi per il 2013. «Tagli palesemente iniqui e sproporzionati, a danno dei servizi ai cittadini. Per colpa loro molte Province sono andate in predissesto, con ricadute sul personale, sui servizi erogati e sulle imprese » E a sentire lui e i suoi colleghi, pare quasi che l’Italia intera si regga su questi enti di lignaggio antico la cui abolizione fu discussa, in previsione della nascita delle Regioni, addirittura alla Costituente. Ma è davvero così? Entriamo nei numeri della tabella sul tavolo di Delrio. Per scoprire che forse, rispetto a quel grido di dolore, qualcosa non torna. Nel 2011 le entrate delle Province sono state pari a 11 miliardi 289 milioni, le spese a 10 miliardi 963 milioni. Avanzo: 326 milioni. Tolti gli 8,6 miliardi di spese correnti, ne restano per le spese in conto capitale solo 2 e 330 milioni. Traduzione: per ogni euro di investimenti nei vari settori di competenza addirittura 3,7 se ne vanno solo per mantenere in vita le strutture. Quasi il quadruplo! Ma questa è la media. Se poi si scende nelle pieghe dei conti si hanno sorprese che lasciano di stucco. Sostiene ad esempio lo stesso Saitta, in un voluminoso rapporto concepito come «un muro di faldoni» eretto «per dimostrare quanto lavoro ha fatto e quanto è utile» l’ente di cui è presidente, che «ogni euro stanziato dalla Provincia ha un effetto moltiplicatore pari a 2,8». Sarà Ma al di là delle perplessità sul fatto che anche le Province spendano soldi per cose di cui normalmente si occupano, oltre allo Stato, sia i Comuni sia le Regioni, restano i numeri di cui dicevamo. Gli interventi a favore dello sviluppo economico, per dire, sono una funzione tipicamente regionale. Eppure le Province hanno un budget di un miliardo e 43 milioni. Peccato che le spese correnti, per questo capitolo, siano di 948 milioni: il 91% del totale. Un quarto del gettito dell’Imu sulla prima casa. Gli investimenti per lo «sviluppo», però, non superano i 95 milioni. Il nove percento! E non si tratta dell’unico fiume di denaro che via via, di ufficio in ufficio, di firma in firma, di timbro in timbro, si riduce a un rigagnolo. Dei 213 milioni che dovrebbero soccorrere la cultura e i beni culturali, quelli che se ne vanno in spese correnti sono 183: l’85%. Dei 192 per il turismo e lo sport, la «macchina» ne beve 161: l’84%. Per non dire degli interventi nel sociale: 248 milioni di spese correnti, 10 milioni di investimenti. Un venticinquesimo. Quanto ai trasporti locali, una delle funzioni più importanti attribuite alle Province, le cifre sono ancora più sconcertanti: un miliardo e 375 milioni di spese correnti, 28 milioni di investimenti. Cioè un quattordicesimo. La stessa tabella elaborata dai tecnici per il ministro democratico, avviato a un durissimo braccio di ferro con il presidente dell’Upi (l’unione delle Province italiane) nonostante appartengano entrambi al Partito democratico, afferma che le sole spese correnti per il mantenimento delle strutture provinciali sono pari a 2 miliardi 325 milioni. Più, ovviamente, le spese per le elezioni: 400 milioni ogni cinque anni. Davvero i risparmi risulterebbero irrisori nel caso in cui le Province svanissero? La partita, però, non si gioca solo sui soldi. In ballo c’è l’azzeramento di un intero livello di potere. La riduzione, nel calvario di ogni pratica burocratica, di un timbro, un parere, un pedaggio da pagare in tempo e denaro alla proliferazione di amministrazioni autorizzate a mettersi di traverso a ogni progetto. Ed è qui che si sta consumando un durissimo braccio di ferro dentro lo stesso governo. Dopo la sentenza della Consulta, il premier Enrico Letta ha avviato l’iter di una legge costituzionale che, passo indispensabile per fare il resto, dovrebbe togliere la parola «Province» dalla Carta fondamentale. Una svolta: solo due anni fa il Pd («Non si vota una cosa sbagliata e demagogica per mandare un segnale», disse Dario Franceschini) aveva aggiunto la sua astensione alla valanga di «no» della destra e della Lega che aveva sepolto la stessa iniziativa proposta dai dipietristi. Ma i tempi, ahinoi, rischiano di essere biblici. Soprattutto perché quel provvedimento, dopo il rituale doppio passaggio fra Camera e Senato, dovrà essere seguito anche da una legge ordinaria con chissà quanti altri passaggi fra Montecitorio e Palazzo Madama. Campa cavallo. Per evitare che tutto finisca ancora una volta in una gigantesca bolla di sapone, Delrio ha preparato un grimaldello con l’obiettivo di eliminare di fatto le Province senza attendere i tempi della modifica costituzionale, che comunque andrebbe avanti per la propria strada. E’ un disegno di legge che dovrebbe essere approvato dal prossimo Consiglio dei ministri. La bozza è composta da 23 articoli, che seguono una traccia simile a quella del salva Italia: questa volta apparentemente inattaccabile dalla Consulta, perché non si tratta di un provvedimento d’urgenza. L’idea (non nuovissima ma finalmente, forse, realizzabile), è quella di trasformare le Province in assemblee di sindaci autoregolate, senza più organi elettivi, per di più incentivando la costituzione di Unioni dei Comuni per razionalizzare quanto più possibile i servizi municipali. Ridotte a qualcosa di simile a semplici agenzie per le cosiddette aree vaste, resterebbero loro poche competenze nelle strade, nel trasporti, nell’ambiente e nella «programmazione della rete scolastica». Dal primo gennaio del 2014, inoltre, le Province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria diventeranno aree metropolitane, con un consiglio formato dai sindaci dei Comuni presieduto dal sindaco del capoluogo. Siccome il disegno di legge non rimanda a decreti o regolamenti attuativi, come invece avviene di solito nei nostri bizantini meccanismi legislativi, le norme sarebbero immediatamente applicabili. Entro venti giorni dalle elezioni comunali successive all’approvazione del provvedimento, il presidente della Provincia o il suo commissario, prorogati fino a quel momento, dovrebbero convocare l’assemblea dei sindaci per l’elezione del presidente della Provincia. Incarico, è specificato, a titolo gratuito come quello dei partecipanti all’assemblea provinciale. E qui comincia la corsa contro il tempo. Messo in allarme soprattutto da questa nuova mossa di Delrio, il Partito Trasversale delle Province in Trincea sta studiando le contromisure con un obiettivo preciso. Impedire che la legge vada in porto prima della primavera 2014, quando scadranno ben 53 Province: dalla A di Alessandria alla V di Verona. La rivendicazione per andare a votare è già pronta. Le pressioni sono fortissime anche nelle 21 Province nel frattempo già scadute e commissariate, in molti casi con gli ex presidenti. Alcune delle quali avrebbero preteso addirittura il voto immediato, dopo la sentenza della Consulta a loro favorevole. Sentenza ottenuta schierando un esercito di legali. Tra i quali Beniamino Caravita di Toritto, Massimo Luciani e Giandomenico Falcon. Tre principi del Foro che fanno parte anche della commissione di saggi incaricata di riformare la Costituzione. Coerenze italiane…

Fonte: Corriere della Sera

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