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La nuova riforma della Pa torna sui passi del 2009

Ci sono la «lotta ai fannulloni» e la «valutazione dei risultati», ma anche «l’autonomia della dirigenza» e la «semplificazione delle procedure». La Pubblica amministrazione è alle prese con il nuovo progetto di riforma complessiva, in lavorazione con la legge delega che sta discutendo la prima commissione del Senato: questa volta il progetto è targato centrosinistra, ma le parole d’ordine sono le stesse che nel 2009 hanno riempito il dibattito intorno alla riforma Brunetta. Il problema, appunto, è che sono rimaste parole d’ordine.

I licenziamenti
Quello dei «fannulloni» evocati dal premier nelle scorse settimane mentre illustrava i princìpi della riforma è il caso più evidente di coincidenza anche lessicale con la scorsa puntata. E in effetti, sul tema, la normativa è ormai ricchissima e l’obiettivo di «accelerare e rendere concreto» il procedimento disciplinare nel pubblico impiego, indicato dagli emendamenti presentati dal relatore (Giorgio Pagliari del Pd) in commissione, non sembra semplice da realizzare solo a suon di nuove leggi. Già oggi, per esempio, la falsa attestazione della presenza in servizio o l’assenza giustificata con un falso certificato medico porta al licenziamento senza preavviso (e, nel secondo caso, alla revoca della convenzione del medico con il Servizio sanitario nazionale), eppure il dibattito sui fannulloni si è riacceso proprio all’indomani del caso-assenteismo della Polizia municipale di Roma la notte di Capodanno.

Non solo: la stessa sanzione del licenziamento senza preavviso è prevista dal Testo unico del pubblico impiego, dopo il restyling-Brunetta, per le dichiarazioni false prodotte con l’obiettivo di ottenere avanzamenti di carriera oppure quando si verificano più «condotte aggressive o moleste» sul luogo di lavoro.

Rischi ancora maggiori sembrano nascondersi nei casi di «licenziamento con preavviso», che può scattare anche dopo due anni in cui il dipendente riceve una valutazione «di insufficiente rendimento» perché non rispetta i propri obblighi (lo dice l’articolo 55-quater, comma 2 del Dlgs 165/2001, nella versione riformata sei anni fa). Le regole, insomma, sono spesso più rigide che nel mondo del lavoro privato, eppure l’ultimo censimento della Funzione pubblica indica che nel 2013 i licenziamenti sono stati 220 su circa 3,3 milioni di dipendenti pubblici. Il problema, più che nelle regole, è allora nella loro attuazione.

Le pagelle
La questione si intreccia strettamente con il tema della «valutazione» dei dipendenti per «il riconoscimento del merito» e di «premialità», sviluppando «sistemi distinti per la misurazione dei risultati raggiunti dall’organizzazione e dei risultati raggiunti dai singoli dipendenti». Anche queste citazioni sono tratte dagli emendamenti del relatore appena presentati in commissione al disegno di legge Madia; e anche loro suonano più che famigliari a chi ha seguito le vicende della riforma Brunetta, con le sue valutazioni sulle «performance individuali» e su quelle «organizzative» (cioè dell’ufficio).

In questo caso la nuova riforma dichiara l’obiettivo di «semplificare» e forse, nel dedalo di pagelle e relazioni sulle performance previste dalle regole attuali, di qualche sforbiciata c’è bisogno. L’esperienza recente, però, dimostra che più della perfezione delle regole conta la volontà politica di attuarle. Nel 2010, mentre la Funzione pubblica metteva in campo tutto l’armamentario per misurare le buste paga di ogni dipendente sulla base dei meriti individuali e dell’ufficio, il ministero dell’Economia decideva di congelare gli stipendi pubblici, con il blocco confermato anche per il 2015 dall’ultima manovra: premi e sanzioni finirono inevitabilmente nel dimenticatoio. 

Autonomia e semplificazione
Un quadro analogo è offerto dagli altri due princìpi guida in comune fra le riforme Madia e Brunetta. Il primo è quello dell’autonomia dei dirigenti, che il nuovo intervento vuole perseguire anche rivedendo le responsabilità per danno erariale dei politici (si veda Il Sole 24 Ore del 23 gennaio), e della semplificazione amministrativa, con l’obiettivo di rendere comprensibili ai cittadini procedure e risultati. Promessa, quest’ultima, ripetuta anche dai tanti decreti sulla «trasparenza», ma ancora lontanissima dal realizzarsi.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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