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Immigrati, porte aperte per i concorsi nella Pa

I rifugiati, gli extracomunitari con permesso di soggiorno lungo e quelli con permesso normale ma con un parente nell’Unione europea, dal quattro settembre potranno partecipare ai concorsi della pubblica amministrazione.
Potranno diventare professori, infermieri, impiegati statali.
A stabilirlo sono le modifiche alla legge sull’accesso al lavoro nelle pubbliche amministrazioni, volute dall’Europa e approvate lo scorso sei agosto, mentre fuori si affermava come sport estivo più in voga tra certi leghisti l’insulto alla ministra nera Cecile Kyenge.
La legge adesso dice: «I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche».
Salvo nei casi in cui il concorso implichi l’«esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale».
È il caso del magistrato o del prefetto.
Stessi diritti vengono estesi anche ai «cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria».
RICORSI Sembra una piccola rivoluzione, in realtà «da tempo la giurisprudenza, i giudici di merito danno ragione agli stranieri che, avendo i requisiti richiesti dal bando pubblico e un permesso che abiliti all’attività lavorativa, vengono esclusi dai concorsi perché non comunitari», spiega l’avvocato Daniela Consoli, dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
Sulla base delle direttive europee, diverse norme prevedevano già la parità di accesso alla pubblica amministrazione di familiari stranieri di cittadini comunitari, rifugiati o titolari di permesso di soggiorno.
Il problema è che le amministrazioni che emettono i bandi raramente ne tengono conto.
Da qui la valanga di ricorsi, che spesso ha costretto le amministrazioni non solo a pagare le spese legali ma anche a rifare i concorsi.
«Uno dei primi casi – ricorda Consoli – fu quello di un medico albanese laureato in Italia al quale veniva vietato di partecipare ad un concorso.
Il medico vinse il ricorso al Tribunale di Pistoia e la sentenza venne poi confermata anche negli altri gradi di giudizio».
Tutto questo adesso potrebbe finire.
Anche se non è così scontato.
«Allargare i diritti è sempre una cosa buona continua il legale esperto di immigrazione – non vorrei però che la creazione di nuove categorie giuridiche, come quella del rifugiato, possa generare confusione e dare luogo ad altri ricorsi».
Per esempio nel caso di due stranieri con gli stessi titoli, uno rifugiato l’altro con permesso breve, che si contendano lo stesso posto bandito dallo Stato.
Per la Cgil infatti le modifiche avrebbero dovuto comprendere anche gli stranieri con permesso di soggiorno temporaneo, perché «anche loro vincono i ricorsi», dice Piero Soldini, responsabile nazionale Immigrazione di Corso Italia.
A fare discutere è anche l’inasprimento della legge secondo la quale prima di chiamare un lavoratore dall’estero attraverso il decreto flussi, l’azienda privata deve verificare che al centro per l’impiego non vi sia qualcuno disposto a svolgere la stessa mansione.
Al momento un falso problema.
Secondo la Cgil, i flussi sono bloccati dal 2011.

Fonte: L'Unita'

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