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Il problema più grande rimane la produttività

C’è da augurarsi che una volta insediati Parlamento e Governo della XVII legislatura i nodi del pubblico impiego vengano affrontati senza inseguire consensi di breve termine.
Le questioni sono note da anni, ed è altrettanto noto che tentativi riformatori anche ambiziosi non li hanno neppure scalfiti.
Detto che il numero dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche italiane, e la loro massa salariale, sono in linea con i principali Paesi europei, il problema fondamentale rimane quello della produttività del sistema.
Il confronto avviato dal ministro Filippo Patroni Griffi con i sindacati va rilanciato con più coraggio: si deve gestire il piano esuberi determinato dalla spending review entro giugno del 2013, e lo si deve fare a tutti i livelli amministrativi, sia centrali sia territoriali.
È un’occasione, se la si vuole utilizzare, per sperimentare percorsi di mobilità volontaria anche intercompartimentale, che non solo possono evitare la mobilità collettiva ma anche rappresentare un’opportunità concreta di carriera e cambiamento per molti.
Si deve poi adottare la migliore armonizzazione possibile con le regole della riforma Fornero sul mercato del lavoro – inclusi i licenziamenti disciplinari – e va realizzato quel riordino dei comparti di contrattazione immaginato dalla riforma Brunetta.
Prima dell’apertura (nel 2015) del nuovo tavolo per il rinnovo dei contratti, passare dall’attuale arcipelago di 15 o 16 comparti ai 4 proposti dalla Funzione Pubblica in sede Aran rappresenterebbe un traguardo cruciale.
Non è solo un fatto estetico: evitare code infinite di rinnovi significa controllare meglio la spesa commisurandola a standard di produttività meno evanescenti.
Con la regìa Aran-Dipartimento si dovrà poi utilizzare il tempo guadagnato con la soluzione tampone sui contratti a termine offerta dalla legge di stabilità.
La strada aperta con la “quota riservata” nei futuri concorsi va nella giusta direzione, visto che l’assunzione definitiva nella Pa si ottiene solo superando una prova per titoli ed esami.
E poi c’è da rilanciare la premialità (vera) da realizzarsi con quella rafforzata responsabilità e autonomia della dirigenza, senza la quale non si va da nessuna parte.
Uscire dalla mera logica dell’adempimento, delle riforme inapplicate e dalle vulgate sui dipendenti pubblici fannulloni e assenteisti è possibile e anche utile.
Magari con poche misure leggere, e con una concertazione responsabile e limitata a pochi temi essenziali.
Un ultimo punto riguarda il profilo previdenziale del pubblico impiego, dopo le correzioni sul Tfr-Tfs.
Senza un decollo formidabile della previdenza integrativa la questione dell’adeguatezza delle pensioni future di questo vasto settore del mercato del lavoro esploderà, con tutti gli effetti che già oggi possiamo facilmente immaginare.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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