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Il pensionato non fa l’assessore

Fuori i pensionati dalle giunte. Va bene l’esigenza di svecchiare la politica e di ringiovanire i ruoli della p.a., ma questa volta sembra proprio che il governo Renzi abbia esagerato nell’opera di rottamazione, arrivando a vietare ai pensionati, non solo pubblici ma anche privati, di ricoprire l’incarico di assessore nei comuni. È questo l’effetto di una norma, inserita nella riforma della pubblica amministrazione (dl 90/2014) e passata piuttosto inosservata. Non però agli addetti ai lavori, già in fibrillazione per i possibili impatti sugli organi di governo locale. Per il momento infatti il divieto è pienamente in vigore, anche se in parlamento fioccano le proposte di modifica che invitano il governo a un rapido dietrofront. Nella lodevole intenzione di limitare il conferimento di incarichi dirigenziali a chi è andato in pensione, il dl 90 ha modificato il decreto spending review di Mario Monti (dl 95/2012) stabilendo che è fatto divieto alle p.a. centrali e locali non solo di «attribuire incarichi di studio o consulenza a lavoratori privati o pubblici in quiescenza», ma anche di «conferire ai medesimi soggetti incarichi dirigenziali o direttivi o cariche in organi di governo delle amministrazioni». A far discutere è proprio quest’ultimo inciso che, seppur probabilmente pensato per svecchiare i cda delle aziende pubbliche, nella sua attuale formulazione chiude le porte delle giunte ai pensionati. A meno che gli incarichi non vengano assunti a titolo gratuito. L’art.5 comma 9 del dl 95/2012 (così come modificato dall’art. 6 del dl 90/2014) esclude dall’applicazione del divieto gli incarichi e le cariche presso «organi costituzionali», ma in questa definizione non possono trovare posto i comuni che, pur essendo previsti in Costituzione (art. 114), non assurgono al ruolo di organi costituzionali. Dubbi di incompatibilità potrebbero anche sorgere con riguardo ai consiglieri comunali, titolari anch’essi di cariche di governo, anche se si fa notare che costoro sono tali per investitura popolare e non per nomina. Ecco perché nel corposo fascicolo di emendamenti (1850 in tutto) alla riforma p.a., depositati in commissione affari costituzionali alla camera, hanno fatto capolino molte proposte di modifica all’art. 6, volte o a cancellare del tutto il divieto o a limitarlo esclusivamente al conferimento di incarichi di studio o consulenza. Come annunciato dal presidente della commissione, Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), il voto sulle proposte di modifica giudicate ammissibili inizierà oggi pomeriggio e in quest’ottica i deputati del Pd in prima commissione si vedranno per sciogliere gli ultimi nodi riguardanti, in particolare, la soppressione delle sedi distaccate dei Tribunali amministrativi regionali, la riduzione degli oneri per le imprese delle Camere di commercio, la mobilità obbligatoria, l’accesso alla pensione per gli esodati della scuola (la cosiddetta «Quota 96») e la razionalizzazione delle sedi delle Autorità indipendenti. Il governo per il momento sta alla finestra. «Siamo disponibili a miglioramenti», ha spiegato il ministro Marianna Madia, «ma vediamo prima il dibattito in Commissione e le prime votazioni». Le proposte dell’esecutivo potrebbero essere presentate anche a firma del relatore, Emanuele Fiano e dovrebbero recepire alcune delle richieste contenute negli emendamenti parlamentari. Se così fosse, il Pd potrebbe ritirare i suoi emendamenti (circa 500) per lasciare spazio alle modifiche dell’esecutivo. Ma sarà la riunione dei deputati democratici a decidere sul punto.

Fonte: Italia Oggi

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