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Il ministro Patroni Griffi: «Lo statale? Non si licenzia»

Il pubblico impiego è un capitolo a parte. I sindacati plaudono alla presa di posizione del ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, che in una lettera al Messaggero segnala che il licenziamento per motivi economici non «può trovare applicazione nel pubblico», in quanto in questi casi c’è «una disciplina ad hoc»: scatta, infatti, una serie di procedure «che portano alla mobilità dei lavoratori presso altre amministrazioni e alla eventuale collocazione in disponibilità con trattamento economico pari all’80% dell’ultimo stipendio per due annualità». La legge, insomma, esiste già e, quindi, la riforma del lavoro, per quel che riguarda l’articolo 18, non si deve estendere al pubblico impiego, dice in sostanza il ministro che sembra più che altro intenzionato a disinnescare una delle possibili forti ragioni di contestazione nel corso del dibattito parlamentare sul provvedimento. Visto che già il Pdl, come ha ribadito ieri la senatrice Simona Vicari, «ritiene necessario fare uno scatto in avanti e approvare la riforma prima dell’estate, estendendo le norme dell’articolo 18 anche al pubblico impiego. Su questo punto il Pdl è stato chiaro». L’appuntamento per chiarire la situazione, è, comunque, per giovedì, quando i sindacati dovrebbero incontrare Patroni Griffi a Palazzo Vidoni. Quello del ministro «è stato un chiarimento opportuno», hanno chiosato i responsabili di categoria di Cgil, Cisl, Uil, mentre tra gli economisti ha fatto sentire una voce dissonante Tito Boeri, per il quale le leggi che hanno introdotto e regolato i licenziamenti individuali nel settore pubblico prevedono che valga comunque lo stesso regime in vigore per i dipendenti privati. La riforma, «quindi, inevitabilmente coinvolge anche i lavoratori pubblici, a meno che venga scritto esplicitamente che non si applica a loro». Ci vorrebbe insomma, per Boeri, «un dispositivo ad hoc». I sindacati, però, non vogliono cedere. Per Michele Gentile, della Cgil, la discussione nasconde «il fatto che qualcuno ha un’idea proprietaria, privatistica, della pubblica amministrazione. Si vuole colpire il lavoro pubblico per colpire il pubblico». Gianni Baratta della Cisl sostiene che l’art.18 nel pubblico impiego «non è una priorità, casomai va gestito il riequilibrio in una logica di mobilità contrattata, o, per usare un termine del ministro, guidata». Quanto alla Uil, Paolo Pirani ritiene che sia «giusto chiarire come stanno le cose: Patroni Griffi fa una puntualizzazione sulle differenze normative tra pubblico e privato». Pirani, come Baratta e Gentile, si sofferma però con più attenzione sulla parte della riforma messa a punto da Elsa Fornero che riguarda la revisione dei contratti e le nuove regole per l’ingresso nel lavoro, indirizzate a ridurre la precarietà per i giovani e i meno giovani. L’apprendistato diverrà, in quest’ottica, il rapporto privilegiato, mentre verrà in pratica cancellato l’utilizzo a dismisura degli stage e verranno decisamente depotenziati i contratti a progetto e i co.co.co, che potrebbero facilmente diventare rapporti di impiego subordinato. Per non parlare dei contratti a tempo determinato non rinnovabili oltre i tre anni. Nei ministeri, i giovani che sbarcano il lunario lavorando in queste forme di impiego provvisorie sono molti. Come si concilierà la nuova normativa con quella che prevede, oltre al blocco della contrattazione, il freno al turn-over nelle scuole, come nei ministeri e negli enti locali? Oggi, osserva Pirani, «c’è un uso improprio nella Pubblica amministrazione dei precari, c’è la reiterazione per molti anni dei contratti a tempo determinato, dei co.co co che sono rimasti solo lì e c’è la spesa notevole, pari a 1,2 miliardi secondo la Corte dei Conti, per le consulenze. Quindi, di fatto, c’è già un aggiramento delle norme inaccettabile». Anche per la Cgil le priorità sono «precarietà, ammortizzatori, nuovo modello contrattuale e rinnovi contrattuali». Secondo i dati più recenti nella Pubblica amministrazione, tra statali, dipendenti degli enti locali e via dicendo, i lavoratori a tempo determinato erano a fine 2009 quasi 95 mila, mentre i collaboratori (Co.Co.Co) circa 49 mila e gli interinali 12 mila. A fronte di quasi 3,4 milioni dipendenti a tempo indeterminato.

Stefania Tamburello

Fonte: Corriere della Sera

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