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Il governo imbriglia le regioni

Rafforzamento dei controlli interni negli enti locali e ritorno dei controlli preventivi di legittimità sugli atti delle regioni. È un accerchiamento a tenaglia quello che il governo intende realizzare con il decreto legge sulla trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici regionali approvato ieri, per evitare il ripetersi di casi di corruzione e malaffare come quello che ha travolto la regione Lazio. Con argomenti che si annunciano molto «dissuasivi» per le regioni che non accetteranno di ridurre i costi della politica. Perderà il 5% dei fondi destinati alla sanità e l’80% di tutti gli altri finanziamenti (non saranno toccati invece i contributi al trasporto pubblico locale) chi entro sei mesi non avrà: ridotto il numero dei consiglieri, introdotto il divieto di cumulo di indennità e emolumenti, imposto la partecipazione gratuita alle commissioni, pubblicizzato i redditi dei politici regionali e soprattutto adeguato i contributi ai gruppi consiliari e le indennità di funzione e di carica a quelli della regione più virtuosa (che dovrà essere individuata entro fine ottobre). Nel caso in cui l’inadempienza persista è prevista una diffida da parte del Governo e la successiva procedura per lo scioglimento del consiglio. Stretta anche su pensioni e vitalizi. Potranno essere erogati agli ex governatori, consiglieri e assessori solo se hanno compiuto 65 anni di età e ricoperto le cariche per non meno di 15 anni (non continuativi). Il taglio del numero di consiglieri e assessori regionali dovrà essere realizzato entro 6 mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, ad esclusione delle regioni in cui è prevista una tornata elettorale (per le quali il limite verrà applicato dopo le elezioni). Il decreto obbliga anche le regioni ad attenersi alle regole statali in materia di riduzione di consulenze e convegni, auto blu, sponsorizzazioni, compensi degli amministratori delle società partecipate, ecc.

Passando dai costi della politica al controllo finanziario, si segnala, come detto, una vera e propria entrata a gamba tesa della Corte dei conti sull’autonomia regionale. Saranno sottoposti al controllo preventivo di legittimità dei giudici contabili il piano di riparto delle risorse ai dirigenti titolari di centri di costo e tutti gli atti emanati dal governo regionale aventi rilevanza esterna e riflessi finanziari. Le regioni a statuto speciale e le province autonome non potranno sfuggire alla stretta dovendo recepire le novità del decreto legge entro sei mesi. La Corte dei conti inoltre controllerà l’attendibilità dei bilanci di previsione regionali. Le proposte di preventivi dovranno essere trasmesse alle sezioni regionali che avranno 20 giorni di tempo per verificare che non mettano in pericolo gli equilibri di bilancio, il rispetto del patto di stabilità e la sostenibilità dell’indebitamento. Qualora la Corte accerti spese senza copertura, le regioni dovranno rimediare entro 60 giorni. Nel frattempo non potranno dare seguito alle spese.

Province e comuni. Negli enti locali si rafforzano invece i controlli interni. Su ogni proposta di deliberazione sottoposta alla giunta e al consiglio dovrà essere richiesto il parere del responsabile del servizio e del responsabile di ragioneria qualora comporti riflessi economico-finanziari. La norma fa parte di un corposo pacchetto di disposizioni contenute nella Carta delle autonomie da tempo ferma su un binario morto al senato. Il governo Monti ha deciso di estrapolarle dal testo e inserirle nel decreto legge per renderle immediatamente operative. Del pacchetto fanno parte anche l’introduzione del controllo strategico per la verifica dello stato di attuazione dei programmi e l’obbligo del controllo sulle società partecipate.

Ma nemmeno le amministrazioni locali saranno immuni dai controlli della Corte conti. Ogni tre mesi i giudici dovranno verificare la regolarità delle gestioni e il funzionamento dei controlli interni ai fini del rispetto del pareggio di bilancio.

Confermata l’ulteriore stretta sui conti dei comuni anticipata ieri da ItaliaOggi. Gli enti che utilizzano entrate a specifica destinazione o chiedono ai propri tesorieri anticipazioni di cassa non potranno utilizzare gli avanzi di amministrazione. E dovranno iscrivere in bilancio un fondo di riserva per far fronte a spese non prevedibili più sostanzioso rispetto ad oggi. Perché il limite minimo del fondo da inserire nel preventivo passerà dall’attuale 0,30 allo 0,45% del totale delle spese correnti.

Non solo incandidabilità per chi porta gli enti al dissesto. Gli amministratori locali riconosciuti responsabili dalla Corte conti di aver portato gli enti al dissesto con dolo o colpa grave (conteranno anche le condotte omissive) non potranno ricandidarsi per 10 anni. E non è una novità perché la norma è già prevista nel decreto legislativo su premi e sanzioni (dlgs n. 149/2011) attuativo del federalismo fiscale. Ciò che cambia invece è che, oltre a restare a casa, il politico sprecone, se riconosciuto responsabile del default, dovrà pagare una multa che andrà da un minimo di 5 fino a un massimo di 20 volte la retribuzione percepite al momento della violazione.

Sterilizzati i tagli della spending review. Come anticipato da ItaliaOggi (si veda il numero del 3/10/2012) sui comuni non si abbatteranno più le decurtazioni «cieche» del fondo di riequilibrio (pari in totale a 500 milioni per quest’anno, 2 miliardi nel 2013 e 2014 e 2,1 miliardi dal 2015) previste dalla spending review. Le amministrazioni eviteranno i tagli ma saranno obbligate a dirottare una cifra di pari importo sulla riduzione del livello di indebitamento. In pratica dovranno alleggerire la propria esposizione in mutui e prestiti.

Riscossione. Il provvedimento intervenendo sul tema dell’attività di gestione e riscossione delle entrate degli enti territoriali, ne annuncia una prossima riforma. Per favorirla viene sostanzialmente stabilito il mantenimento dell’attuale assetto (e quindi sostanzialmente la presenza di Equitalia), ma non oltre il 30 giugno 2013.

Fonte: Italia Oggi

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