Questo articolo è stato letto 1 volte

Il dipendente paga anche per il danno all’immagine

Il dipendente pubblico che commette un illecito deve risarcire sia le spese che la propria amministrazione ha sostenuto per accertare le violazioni, sia l’eventuale danno all’immagine dell’amministrazione per il discredito arrecato presso l’opinione pubblica. A fornire questi interessanti principi è la Corte dei Conti, sez. giur. Del Friuli, con la sentenza n. 46 depositata lo scorso 2 settembre.

A seguito di un procedimento penale un maresciallo della GdF, accusato di truffa, falsità materiale e falsità ideologica patteggiava la pena in sede di udienza preliminare.
Conseguentemente la Procura regionale chiedeva alla Corte dei Conti la condanna del finanziere al pagamento, in favore del ministero dell’Economia e delle finanze, del risarcimento per: a) i danni patrimoniali derivanti dall’attività di accertamento degli illeciti contestati; b) il danno all’immagine ed al prestigio dell’amministrazione causato per la gravità degli illeciti e per il rilievo che gli stessi, divulgati dagli organi di informazione, avevano avuto presso l’opinione pubblica.

Il militare si difendeva opponendo che le spese per gli accertamenti non potevano essere pretese in quanto rientranti nelle “spese processuali” che non possono essere richieste in caso di patteggiamento con pena inferiore ai due anni (come nel caso di specie). Per quanto riguarda il danno all’immagine si sosteneva che il pregiudizio avrebbe riguardato solo il finanziere e non il Corpo di appartenenza.

La Corte dei Conti ha accolto le richieste della Procura. E’ stato innanzitutto premesso che la sentenza derivante da patteggiamento ha una rilevante valenza probatoria nel conseguente giudizio di risarcimento danni e pertanto gli illeciti penali contestati si dovevano ritenere provati.
Per quanto riguarda le spese per gli accertamenti effettuati dalla GdF, i giudici hanno precisato che non rientrano in quelle “processuali” non ripetibili per via del patteggiamento, riguardando indagini che l’amministrazione si è trovata “doverosamente a dover disporre” avendo avuto notizia di possibili comportamenti penalmente rilevanti di un dipendente e comunque suscettibili di arrecare danno o discredito al Corpo militare.
Quindi le indagini erano state disposte in quanto l’amministrazione doveva garantire il rispetto della correttezza e del buon andamento della propria azione amministrativa. Il risarcimento è stato però limitato alle sole spese per le indagini relative agli illeciti accertati e non per quelli solo ipotizzati inizialmente.

Secondo la Corte poi la gravità dei reati contestati al finanziere, pubblicizzati dalla stampa, ha comportato incontestabilmente anche un discredito alla GdF, visto anche che si trattava di un maresciallo Capo di un Corpo istituzionalmente deputato proprio alla repressione dei reati e degli illeciti. Pertanto il convenuto è stato condannato al pagamento in via equitativa di 5.000 euro.

Vi è da notare che i Giudici erariali hanno operato una netta distinzione tra il danno patrimoniale e quello non patrimoniale (all’immagine).
Dall’analisi della giurisprudenza della Corte dei Conti (sentenza n. 366/02) emerge che nel costo di ripristino dell’immagine andrebbero anche considerate ad esempio le spese per le indagini di polizia giudiziaria, per l’inchiesta amministrativa svolta, per il procedimento disciplinare a carico del dipendente pubblico.
Sotto il profilo del danno all’immagine della Pa si ricorda poi che l’articolo 55-quinquies, comma 2, Dlgs 165/01 stabilisce che in caso di false attestazioni o certificazioni di presenza in servizio da parte dei dipendenti pubblici, oltre alle responsabilità penali e disciplinari, sussiste l’obbligo di “risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione, nonché il danno all’immagine subiti dall’amministrazione”.

D’altronde la giurisprudenza sul punto ha evidenziato come “l’immagine ed il prestigio della pubblica amministrazione sono beni-valori coessenziali all’esercizio delle pubbliche funzioni …, dovendosi ritenere che qualsiasi spesa sostenuta dall’amministrazione, in quanto funzionalizzata al buon andamento ed all’imparzialità, abbia perciò stesso concorso al mantenimento ed all’elevazione dell’immagine dell’Amministrazione medesima” (terza sezione centrale d’Appello n. 143/09).

Fonte: Il Sole 24 Ore

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>