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Gli statali inglesi? Crescono di più Ma gli italiani producono meno

Meno quantità, più qualità.
Il sistema del pubblico impiego italiano, finito nel mirino della spending review, ha bisogno di diventare più produttivo, portandosi a livelli «tedeschi».
È quanto si desume sfogliando uno studio della Scuola superiore della pubblica amministrazione e della scuola di management della Bocconi, che ha focalizzato la sua analisi su alcuni Paesi Europei e non (mentre per l’Italia i dati sono dell’Ocse).
Si parte dal Regno Unito, dove sono più di 6 milioni i civil servant (dipendenti dalle amministrazioni centrali) e i public servant (amministrazioni locali e forze dell’ordine), su una popolazione di poco più di 60 milioni di abitanti, e in tre anni, tra il 2007 e il 2009, sono pure aumentati di oltre 200 mila: sono il 20,6% della forza lavoro e questa poderosa macchina pubblica costa in stipendi il 10,9% del Pil.

In Spagna, nuovo epicentro dell’austerity europea, il rapporto fra dipendenti pubblici (2,7 milioni) e il totale dei lavoratori è del 13,81%, più basso del nostro.
Infatti, in Italia è impiegato nel pubblico il 14,3% della forza lavoro: certo, nulla a che vedere con le percentuali della Francia dove lo Stato investe molto di più nel pubblico impiego.
Lì i dipendenti pubblici sono oltre 7,5 milioni, il 26,7% dei lavoratori, e i loro stipendi rappresentano il 13,4% del Pil e oltre il 25,3% della spesa pubblica.

Ma più che i numeri conta la sostenibilità del pubblico impiego.
Con la spending review il numero dei travet in Italia dovrà scendere: almeno 24 mila dipendenti sono in esubero, ma la cura dimagrante dovrà portare l’organico a calare da più di 3.250.000 a 3 milioni.
Così che il modello italiano somigli sempre più a quello tedesco.

La Germania infatti fa molto di più di noi, con meno spesa.
Ha 82 milioni e mezzo di abitanti e 9,2 milioni di dipendenti pubblici, quindi rispetto alla popolazione molti più che l’Italia, ma il rapporto tra dipendenti pubblici e forza lavoro è al 10,4%, e soprattutto la spesa in rapporto al Pil sta sotto il 7%, mentre noi impieghiamo l’11%.

Per fare questo, lì sì è sacrificato qualcosa.
Nel sistema di pubblico impiego tedesco convivono contratti regolati dal diritto amministrativo (i Beamte, il 36,5% del totale) e contratti regolati dal diritto privato (i Beschäftigte, il 59,4%, i restanti sono i militari, che hanno un trattamento economico e contrattuale diverso): i primi non concedono il diritto di sciopero ma offrono un trattamento economico e un regime pensionistico migliore rispetto ai secondi.
Inoltre da quindici anni è stata introdotta la retribuzione di risultato.
E nel 2002 anche gli scatti retributivi legati ai risultati e i bonus.
In Italia, non è solo una questione di numeri, occorre migliorare la qualità della Pubblica amministrazione, dicono Giovanni Tria e Giovanni Valotti che hanno coordinato lo studio.
Del resto i «colletti bianchi» stanno già sostenendo il peso dell’austerità.
La pioggia di misure che negli ultimi tre anni si sono abbattute su organici e stipendi hanno fermato la corsa delle retribuzioni degli statali, che nel 2008 erano aumentate del 4% a fronte di uno 0,2% del 2011, molto meno dell’inflazione, che negli ultimi tempi ha superato quota 3%.
«Sul piano giuridico i recenti provvedimenti hanno assicurato un importante allineamento del quadro di riferimento nazionale alle migliori esperienze internazionali», riconoscono i due docenti.
Ma «la qualità delle politiche e lo stato delle pratiche all’interno delle amministrazioni denunciano ancora elementi di preoccupante arretratezza».
In particolare, «l’Italia si segnala per la bassa produttività del lavoro pubblico».

«Alle amministrazioni del futuro sarà richiesta meno quantità e più qualità.
Non è ipotizzabile che questo sia possibile in una logica di continuità rispetto ai modelli e alle esperienze del passato», suggeriscono.
Di certo nei prossimi anni «andrà governata, e presumibilmente ridotta, la spesa per il personale nel settore pubblico.
Al tempo stesso, peraltro, parte delle economie realizzate dovranno assicurare un miglioramento della qualità professionale dei dipendenti pubblici».

Fonte: Corriere della sera

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