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Gli enti inutili hanno mille vite

Semplificare gli enti pubblici, diminuire il numero degli enti locali, limitare i livelli degli organi di governo. Sono precetti tutti tanto validi, quanto popolari, quanto disattesi. La classe politica prova disprezzo per simili istanze, pur chiaramente sentite, e tratta con sufficienza i relativi procedimenti legislativi. Conseguenza: la situazione confusa di migliaia e migliaia di enti permane; anzi, se possibile, diventa ancor più complessa. I cittadini perdono la pazienza, aggiungendo tale sgradita faccenda al rosario di doglianze nutrite nei confronti della casta, cosicché cresce la rivolta elettorale (astensionismo e voto di protesta), mentre di recente emerge pure la rivolta in piazza. Guardiamo le città metropolitane. Quando furono concepite (e parliamo di oltre vent’anni fa, senza che in tutto questo lungo periodo si sia mai riusciti a procedere in concreto), si pensava a casi come Milano o Napoli: grandi aree quasi totalmente urbanizzate, con i confini comunali di fatto indistinguibili, mentre le esigenze della popolazione richiedevano risposte unitarie (e non più parcellizzate, come all’epoca in cui vivevano in centri intervallati da ampie campagne). Lo scopo era semplice: in ciascuna di tali grandi aree sarebbe sparita la provincia, sarebbero scomparsi i comuni, sarebbe sorto un nuovo ente metropolitano, che avrebbe potuto decentrarsi in circoscrizioni, serbando però la nuova unità amministrativa. Siamo arrivati al punto di voler istituire una decina di città metropolitane nelle regioni a statuto ordinario, compresa per esempio Reggio Calabria, con comuni a decine e decine di chilometri di distanza, posti sui monti o su altre rive rispetto al capoluogo. Non solo. Un’altra decina di città metropolitane è istituibile, comprese quelle ricadenti nelle regioni a statuto speciale, che hanno competenza in tema di enti locali. Di cancellare i comuni compresi nella città metropolitana, non si parla. Morale: siamo alla presa in giro. Da anni si chiede la soppressione delle province, pura e semplice. Indubbiamente altre e migliori strade potrebbero essere seguite, dall’accorpamento di migliaia di comuni all’abolizione delle regioni (altro che le province!); ma siccome proposte del genere, nella situazione non solo politica attuale, sarebbero puri annunci di sogni, vada per azzerare le province. Così, invece, governo e parlamento si barcamenano per fingere di rispondere a una domanda estesa, ricorrendo a gattopardismi inverecondi. Non si dimentichi, infine, che nelle regioni autonome forse va ancora peggio. In Friuli-Venezia Giulia si sono tenute, pochi mesi addietro, le elezioni per rinnovare il consiglio provinciale di Udine (altrove, almeno, si procede con commissariamenti). In Sicilia si sarebbero di nuovo soppresse le province, colà denominate «province regionali», ma soltanto per ritornare ai «liberi consorzi di comuni», previsti nel vigente statuto regionale, promulgato da Umberto di Savoia. I n Sardegna un referendum popolare ha chiarito la volontà degli elettori: via le quattro nuove e assurde province (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio), ciascuna con due-capoluoghi-due; via altresì le quattro province cosiddette storiche (Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari), che poi tanto storiche non sono tutte, posto che Nuoro fu istituita nel 1927 e Oristano appena nel 1974. Si resta in attesa di vedere una risposta istituzionale e definitiva alla chiara volontà del popolo sardo.

Fonte: Italia Oggi

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