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È entrata in vigore la riforma Fornero

«Un mercato del lavoro inclusivo e dinamico» che possa favorire «l’instaurazione di rapporti più stabili».
Un mercato del lavoro dove l’assunzione subordinata a tempo indeterminato sia il «contratto dominante» e l’apprendistato «il trampolino di lancio» per l’ingresso dei giovani.
Sembrano obiettivi irraggiungibili, a maggior ragione alla luce delle ultime rilevazioni che ancora una volta dimostrano come in Italia quelle poche assunzioni che si fanno, sono per la stragrande maggioranza a termine.
Eppure sono proprio questi gli obiettivi della riforma del mercato del lavoro targata Monti-Fornero, in vigore dal 18 luglio scorso.
Una parte del sindacato – Cgil in testa – dubita fortemente che questi obiettivi saranno centrati.
La stessa Bankitalia fa notare che i benefici arriveranno nel medio periodo.
In ogni caso è bene chiarire che il «posto fisso» è una categoria da mettere nel cassetto dei ricordi: la crisi ha dimostrato che nessuno (salvo fino ad ora gli statali) è al riparo dalla perdita improvvisa dell’occupazione.
E la riforma Monti-Fornero di certo non lo riporta in auge.
Anzi.
La nuova disciplina sulla flessibilità in uscita, che introduce la possibilità dell’indennizzo in alternativa al reintegro nel caso di licenziamento ingiustificato (con l’esclusione solo dei casi di discriminazione), rende sicuramente più facile per le aziende liberarsi di dipendenti improduttivi, inadeguati o comunque in esubero.
Ma la flessibilità e una cosa, la precarietà è un’altra.
La riforma combatte l’abuso che si è fatto delle tante forme di collaborazione e consulenze.
I contratti a termine costeranno di più (all’aliquota contributiva base dell’1,3% se ne aggiunge un’altra dell’1,4%) e avranno paletti e vincoli precisi, con un periodo massimo di durata complessiva (36 mesi) e intervalli di tempo necessari tra un rinnovo e l’altro più lunghi.
Un’irrigidimento che gli emendamenti approvati al decreto Sviluppo attutiscono solo in parte.
L’intento è quello di stimolare l’imprenditore a trasformare i contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato.
Se lo farà riceverà un «premio di stabilizzazione»: potrà scalare i primi 6 mesi di aliquota aggiuntiva.
La riforma dichiara la lotta alla «finte partite Iva»: ora ci sono dei parametri (niente postazione in azienda, limiti alla durata massima della collaborazione e al compenso) che se non rispettati faranno scattare la presunzione di contratto subordinato.
Anche per le collaborazioni si eliminano gradualmente le attuali convenienze contributive: le aliquote previdenziali (a partire dal 2014) si uniformeranno a quelle dei dipendenti fissi (dal 27% al 33%).
E per i co.co.co arriva lo stipendio minimo.
Si riuscirà davvero a porre fine agli abusi reiterati? Per scoprirlo dovremo attendere almeno qualche anno.

Fonte: Il Messaggero

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