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Elettronica dovunque nella p.a.

Giuliano Gasparotti, classe 1974, giurista, è un neomontiano di estrazione «ichiniana». E infatti uno dei fondatori del think tank d’area piddina Officine democratiche che, a Firenze, ha messo negli ultimi anni al centro la riforma del lavoro e l’innovazione. Un ambito che appunto Pietro Ichino guardava con simpatia. Quando Ichino è «salito» con Mario Monti, anche Gasparotti, renziano proveniente dai Ds, ha optato per Scelta civica. Dove, da candidato alla Camera, il quarto in Toscana, continua a lavorare proprio sui temi di Officine, molti dei quali erano finiti nel programma del Rottamatore. E i suoi primi atti da parlamentare, se sarà eletto, sarà proprio «prendere l’iniziativa sulla riforma della Pubblica amministrazione ma soprattutto del lavoro negli enti pubblici».Domanda. Gasparotti, lei non è di quelli a cui piace vincere facile, come dice la pubblicità. Vorrebbe cominciare dalle battaglie impossibili…Risposta. Guardi, se comincia a pensare che ci siano cose in questo paese che non si riusciranno mai a fare, si parte male. Una delle cose che mi ha convinto a seguire Monti è che lui vuol unire i riformisti. Perché nella prossima legislatura c’è soprattutto da riformare. Se sarà la solita palude, con leggi completamente snaturate alle camere beh allora…D. Va bene. Da dove comincerà?R. Dal tema della smaterializzazione della p.a. che abbiamo proposto anche con Matteo Renzi.D. Vale a dire?R. Una vera autentica rivoluzione digitale in un quadro organico e credibile. Perché è facile, come fa Beppe Grillo, sparare soluzioni, poi bisogna vedere quale sostenibilità abbiano.D. Digitalizzare la Pa: se ne parla da anni però…R. Sì ma se non si incrocia con la riforma del lavoro, non si arriva a niente. Occorre rifondare la p.a. rovesciando il modello cavourriano e gerarchico attuale, bloccato e fermo, poco produttivo. Si tratta di rovesciare la piramide, introducendo flessibilità, organizzativa e strutturata.D. Mandiamo a casa gli statali?R. Magari a fare telelavoro. Si tratta di immaginare strutture organizzativamente non gerarchiche, più snelle, in cui si punta sul digitale. Smaterializzare gli uffici, ricorrendo a tutta la tecnologia che c’è, dai tablet agli smartphone, mettendo la gente a lavorare per obiettivi, in maniera flessibile.D. Diranno che è il libro dei sogni…R. Lo sarà se si continuerà a pensare impossibili cose che sono alla portata. Le faccio un esempio: con l’ultima manovra, sono state tagliate le sedi degli enti pubblici. Bene, come hanno reagito le p.a.? Mettendo cinque persone dove ce n’erano tre. Pazzesco. Se noi, introduciamo il lavoro flessibile per contratto generiamo m-i-l-i-a-r-d-i (scandisce) di risparmi. Solo la spending review sulle sedi dell’amministrazione centrale dello Stato, potrebbe portare a 1,5-2 miliardi di risparmi. Si figuri a che cosa condurrebbe un’azione come quella di cui parlo.D. Già ma ci vuole un nuovo contratto di lavoro per la P.a…R. Esattamente. Con un sistema premiale. Oggi l’unico vincolo per il lavoratore pubblico è timbrare il cartellino all’ingresso e all’ufficio. C’è una inamovibilità che crea stagnazione. Le indennità di risultato sono diventate componenti salariali tout-court: gli obiettivi sono posti così in basso che tutti avranno il premio. Cambiamo: gli obiettivi siano seri, cadenzati, i premi vadano a chi se li merita.D. E monsieur Travet ci starebbe?R. Molto più di quello che si creda. Nel pubblico impiego c’è gente di qualità, ci sono competenze che non si immaginano. E questi lavoratori, come gli altri, hanno bisogno di vivere in organizzazioni che li motivino e non solo con le gratifiche. Hanno bisogno di essere protagonisti del proprio lavoro.D. Nuovi contratti e digitalizzazione, per fare cosa?R. Per dare servizi alle imprese, che finalmente non dovrebbero pagare il balzello burocrazia, in termini di tempo e di danaro. Recupero di efficienza che può incoraggiare i giovani talenti a provare a mettere su un’impresa anziché scappare all’estero. E poi, risorse, tante risorse, che potremmo utilizzare altrove.D. Per esempio?R. A favore delle piccole e medie imprese, di cui tanti parlano. Quei danari dovrebbero servire a sbloccare i crediti della p.a. nei loro confronti. Un’azione che si dovrebbe agganciare a quella sui fondi strutturali e sulla miriade di contributi alle imprese che alla fine valgono almeno 3,5 miliardi sul bilancio dello Stato: gli uni e gli altri, anziché inutilmente a pioggia, dovrebbero essere concentrati strategicamente sul alcuni progetti, così da investire su alcuni settori e creare occupazione. Per esempio: creare un fondo di garanzia per consentire l’accesso al credito per investimenti delle Pmi o anche diminuire l’Irap almeno della parte che grava sul costo del lavoro. In entrambi casi, creiamo nuova occupazione.D. Scusi, ma questo non stava anche nel programma di Renzi? R. Precisamente.

Fonte: Italia Oggi

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