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Dipendenti pubblici, codice etico

Sanzioni che vanno fino al licenziamento per il dipendente statale che non rispetterà i doveri costituzionali di «diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo alla cura dell’interesse» collettivo. E, se arrecherà danni patrimoniali all’amministrazione, li risarcirà di tasca sua. Una vera e propria rivoluzione il codice etico per i lavoratori della p.a. contenuto negli emendamenti del governo al disegno di legge contro la corruzione (C. 4434-A e abb.) presentati ieri, e in votazione da questo pomeriggio nell’aula della Camera. Il regolamento, depositato dal ministro per la Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, si rivolge a impiegati e dirigenti, individuando norme improntate all’onestà di carattere generale, ma anche doveri «articolati in relazione alle funzioni attribuite» alla persona. L’insieme di principi dovrà essere approvato con decreto del presidente della repubblica (previa deliberazione di palazzo Chigi, e d’intesa con la conferenza Stato-Regioni), pubblicato in Gazzetta Ufficiale e consegnato al dipendente, tenuto a sottoscriverlo all’atto dell’assunzione. Una violazione delle norme rappresenterà «fonte di responsabilità disciplinare», ma sarà «altresì rilevante ai fini della responsabilità civile, amministrativa e contabile ogni volta le stesse responsabilità siano collegate alla violazione di doveri, obblighi, leggi o regolamenti» di cui i lavoratori statali saranno tenuti all’osservanza. Inoltre, violazioni gravi o reiterate comporteranno «l’applicazione delle sanzioni di cui all’articolo 55-quater, comma 1» (del dlgs n. 165 del 2001 sull’ordinamento del lavoro pubblico), ossia il licenziamento disciplinare; ci sarà anche un codice per gli appartenenti alla magistratura, e all’avvocatura dello stato, predisposto dagli organi di categoria. E non è tutto. Un’altra norma redatta dal ministro fissa paletti importanti, poiché non potranno fare parte, anche con compiti di segreteria, delle commissioni per l’accesso o la selezione di pubblici impieghi, i condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per reati contro la pubblica amministrazione (peculato, malversazione a danno dello stato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio ecc). Altolà, poi, al loro ingresso negli uffici preposti alla gestione delle risorse finanziarie, all’acquisizione di beni, servizi e forniture, nonché alla concessione o erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari.Per Angela Napoli (Fli), relatore del ddl, sono iniziative «utilissime soprattutto sul versante della prevenzione dei fenomeni. Mi auguro il parlamento le approvi, così la politica potrebbe finalmente segnare una pagina positiva, dimostrando al paese di avere senso di responsabilità», dice a ItaliaOggi. Il Pdl chiede che sulla corruzione per atto contrario al dovere d’ufficio si torni all’idea governativa di pena da 3 a 7 anni (in commissione è stata alzata da 4 a 8) e ripresenta la «salva-Ruby» (c’è concussione solo se vi è passaggio di denaro, o altra utilità patrimoniale), poi ritirata in serata. L’Udc, invece, «ammorbidisce» il testo di Roberto Giachetti (Pd) sui limiti ai «fuori ruoli» (ItaliaOggi di ieri) dei giudici, escludendo incarichi presso presidenza della Repubblica, Camera, Senato e Consulta.

Fonte: Italia Oggi

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