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Dipendenti in fuga dalle province

Fuga dalle province. È caos sulla normativa e sulle modalità con le quali guidare e regolare i processi di trasferimento dei dipendenti delle amministrazioni provinciali verso i comuni o le regioni, che dovranno subentrare alle province nell’esercizio delle loro competenze, per effetto dell’articolo 17 del dl 95/2012.La condizione di incertezza rispetto al destino delle province, sta inducendo circa 4/5 mila dipendenti provinciali ad anticipare decisamente i tempi ed a cercare da subito una nuova attività lavorativa, attraverso la «mobilità volontaria» prevista dall’articolo 30 del dlgs 165/2001, cioè il trasferimento verso altre amministrazioni.Non c’è, in effetti, dubbio che il complicatissimo processo del passaggio delle funzioni provinciali ai comuni o alle regioni ponga almeno due elementi problematici. Il primo, è il rischio di essere coinvolti negli «esuberi»: i dipendenti provinciali potrebbero, cioè, trovarsi senza una utile collocazione lavorativa e rischiare di essere inseriti nelle liste di «disponibilità» per 24 mesi, con stipendio ridotto all’80%. Tale evenienza dovrebbe essere scongiurata, perché l’articolo 17, comma 9, del dl 95/2012 condiziona la decorrenza dell’esercizio delle funzioni provinciali trasferite a comuni o regioni al contestuale ed effettivo trasferimento di beni, risorse finanziarie, strumentali e di personale. In linea teorica, dunque, dovrebbe esserci una traslazione totale: le competenze provinciali passano agli enti subentranti in blocco col personale provinciale impiegato.Il secondo elemento problematico, più concreto, è dato dall’incertezza della sede di nuova destinazione. In assenza di criteri su come ripartire le funzioni provinciali e su quali potranno essere degli 8.100 comuni destinatari quelli che subentreranno (lo stesso vale per l’eventuale subentro delle regioni), i lavoratori impiegati nelle province non sanno quale potrà essere il nuovo lavoro, il nuovo ente di appartenenza, la distanza, le condizioni di lavoro, contrattuali ed organizzative.Nulla di sorprendente, allora, che molti cerchino di anticipare i tempi e di guidare il proprio passaggio lavorativo dalla provincia a un’altra amministrazione (eventualmente anche non del comparto regioni-autonomie locali) che possano in qualche modo scegliere.Le altre amministrazioni sanno bene di questa situazione. E cercano di trarne vantaggio, in particolare i comuni. Infatti, le assunzioni per mobilità sostanzialmente si ritiene non incidano sui tetti al turnover e sui saldi finanziari, in quanto neutrali. Per rimpinguare la dotazione organica, dunque, la mobilità è una buona opportunità. Del resto, l’articolo 30, comma 2, del dlgs 165/2001 obbliga tutte le amministrazioni ad esperire una procedura finalizzata ad attivare la mobilità volontaria prima di espletare i concorsi.A fronte del chiaro interesse dei dipendenti delle province a partecipare alle procedure di mobilità per cercare il trasferimento, le amministrazioni provinciali si trovano in un evidente imbarazzo. L’articolo 16, comma 9, sempre del dl 95/2012 vieta alle province di assumere nuovo personale a tempo indeterminato nelle more dell’attuazione delle disposizioni finalizzate alla loro riduzione e razionalizzazione. Un divieto che si deve intendere esteso anche alle assunzioni mediante mobilità, per quanto ad oggi l’ipotesi di dipendenti pubblici che chiedano di trasferirsi presso una provincia appare piuttosto improbabile.In conseguenza del divieto assoluto di assumere, se le province lasciassero andare in mobilità il personale non potrebbero sostituirlo.Per questa ragione, alcune province, come per esempio Siena, hanno disposto una sorta di blocco totale alle mobilità in uscita, riservandosi di non esprimere il «nulla osta» alle domande di mobilità presentate dai propri dipendenti.La mobilità verso altri enti non costituisce, per i dipendenti, un diritto soggettivo, dunque ogni amministrazione, comprese le province, possono negarla.Di fatto, tuttavia, porte totalmente chiuse alla mobilità non sembrano una scelta corretta, considerando l’evidente favor del legislatore per questa forma di razionalizzazione della distribuzione dei dipendenti tra amministrazioni.La difficile gestione del personale provinciale, circa 56 mila dipendenti, potrebbe risultare più agevole se il dipartimento della Funzione pubblica pubblicasse con urgenza l’elenco dei posti vacanti delle pubbliche amministrazioni e indicasse regole specifiche sulla mobilità dei dipendenti provinciali. Esiste, infatti, un interesse indiretto ma sostanziale, nell’organizzazione degli assetti del personale, alla migliore distribuzione dei dipendenti pubblici tra enti. Processi di riordino come quelli previsti dal legislatore richiedono come necessità la regolazione dei trasferimenti da enti che vanno verso il depotenziamento, ad altri enti che, invece, risultino carenti di personale. Un blocco totale, pertanto, delle mobilità dalle province verso altri enti si rivela contrario ai principi di corretta amministrazione.

Fonte: Italia Oggi

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