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Così è impossibile fare le riforme

Quale che sia, nella legge di stabilità in convulsa discussione a palazzo Madama, il risultato dell’inserzione di qualche comma dedicato a mettere una pezza alla decadenza del decreto-legge n. 188 su province e città metropolitane, l’episodio conferma la quasi impossibilità di procedere con grandi riforme. Nonostante la precedente disponibilità dell’intero Parlamento, Lega esclusa, a ridurre drasticamente il ruolo delle province (e sia da parte del governo, sia da parte di alcune forze politiche, Pdl in testa, non erano mancati, dal 2008 in poi, inviti addirittura a sopprimere l’ente in sé), le pressioni periferiche hanno portato al quasi azzeramento delle disposizioni. Di fatto, non si è voluto far sparire qualche decina di province e di relativi capoluoghi. Finirà che saranno cassati soltanto i più discussi fra i nuovi enti istituiti da pochi anni, ossia le famigerate quattro province sarde: questo, solo per la volontà popolare espressa tramite referendum soppressivi.Chissà se e quando si tornerà a discutere di riduzione o abrogazione delle province. Le nuove norme, indubbiamente, avevano non pochi limiti e difetti: ben altro avrebbe significato, in termini di risparmi e di razionalizzazioni delle autonomie locali, accorpare migliaia di comuni la cui esistenza medesima costituisce un assurdo, oltre che un costo. Ben altro significherebbe una razionalizzazione dei grandi produttori così di sprechi come di spese, ossia le regioni (la cui abolizione sarebbe una panacea, ovviamente irrealizzabile). Tuttavia, qualche passo avanti la riforma stava compiendo. Il metodo seguito, con la presentazione di centinaia di emendamenti e soprattutto con la questione pregiudiziale di costituzionalità, ha rivelato che la diffusa volontà era di mandare a monte il decreto-legge. Su tale posizione senza dubbio stava la Lega; il Pdl era chiaramente schierato; lo stesso Pd tergiversava, probabilmente incalzato dai propri rappresentanti nelle province destinate alla soppressione (che, in particolare in Toscana e in Emilia-Romagna, proprio non ave-vano gradito l’imposizione di far passare accorpamenti detestati). La lezione è chiara: sopprimere enti locali è così arduo da risultare quasi impossibile, tant’è che nemmeno una maggioranza estesa, da compromesso storico, c’è riuscita.

Fonte: Italia Oggi

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