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Contratto Pa, 7 miliardi per i rinnovi

Il blocco dei contratti del pubblico impiego in atto dal 2010 deve essere rimosso: le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale pubblicate ieri non lasciano spazio ad alternative. Per gli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici si apre la possibilità di tornare a vedere gli «scatti» in busta paga, congelati da sei anni a partire dalla data di pubblicazione sulla «Gazzetta ufficiale» del 25 giugno scorso. La sentenza, redatta dalla giudice Silvana Sciarra, riafferma che non ci sarà un effetto retroattivo (che avrebbe portato la spesa a lievitare fino a 35 miliari) e aggiunge che la nuova contrattazione collettiva dovrà tenere conto anche dei «vincoli di spesa». Le motivazioni giuridiche che hanno ispirato la Consulta nella sua decisione riguardano l’articolo 39 della Costituzione: «Il blocco negoziale è stato così prolungato nel tempo da rendere evidente la violazione della libertà sindacale» e dunque non può essere protratto «ad libitum», cioè a discrezione. La sentenza rileva inoltre che le limitazioni alla contrattazione introducono una disciplina «irragionevole, sproporzionata e discriminante» per gli statali rispetto ai lavoratori privati. La pubblicazione della sentenza accelera i tempi per le procedure del nuovo contratto. «Decideremo con la legge di Stabilità», ha dichiarato ieri la ministra della Pubblica amministrazione Marianna Madia. L’attenzione è rivolta ora agli effetti sulla finanza pubblica: l’esito sarà condizionato ai risultati della trattativa del nuovo contratto triennale che si aprirà con un atto di indirizzo all’Aran (l’agenzia che firma i contratti per conto dello Stato). Le uniche cifre a disposizione sono quelle ufficiali, redatte dallo stesso governo nell’ultimo Def che in una dettagliata tabella valuta in 1,7 miliardi l’ipotetico costo del contratto per gli statali per il 2016, in 4,1 miliardi nel 2017 e in 6,6 miliardi nel 2018. Si tratta di cifre «cumulate» che nel triennio si traducono, in media, in poco più di 2 miliardi all’anno e dunque circa 6-7 miliardi complessivi. La questione si intreccia con il dibattito sulla legge di Stabilità del prossimo anno le cui esigenze vengono valutate in 25 miliardi e con il rilancio di Renzi all’Expo sull’abolizione della Tasi sulla prima casa (del valore di circa 5 miliardi). Sul piano taglia-tasse del governo il dibattito è acceso. Dopo l’appoggio del ministro dell’Economia alla riduzione della pressione ritenuta utile per rilanciare crescita e occupazione, ieri il governatore della Banca d’Italia, in un’ intervista al “Foglio”, ha mostrato cautela sull’ipotesi: «Le tasse servono a pagare i servizi: se si riducono come si pagheranno questi servizi», ha dichiarato Ignazio Visco. Via libera, invece di Confindustria: «Ridurre il carico fiscale che zavorra le imprese», spiega il rapporto “Congiuntura flash”. Contrario l’ex premier, Massimo D’Alema: «Non si parte levando le tasse ai più ricchi», ha dichiarato. Mentre Annamaria Furlan, leader della Cisl, apre alla riduzione della Tasi ma a condizione che si evitino aumenti delle addizionali Irpef.

Fonte: La Repubblica

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