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Consulta: stop al blocco contratti Pa

Il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici è illegittimo. Ma solo dal momento della pubblicazione della sentenza con cui ieri la Consulta ha dichiarato «l’illegittimità costituzionale sopravvenuta» (come si afferma in un comunicato ufficiale della stessa Corte) del congelamento degli stipendi nel pubblico impiego deciso nel 2010 per il triennio 2011-2013 dall’esecutivo Berlusconi e poi prorogato dai governi successivi.

Nessun effetto retroattivo della bocciatura, dunque, anche perché la norma cancellata in origine era legittima ma illegittimo è stato protrarla per troppi anni (quì la differenza rispetto al pronunciamento sulla Robin tax di febbraio). Il risultato è che nei conti pubblici non si aprirà il temuto buco da 35 miliardi stimato nella sua memoria difensiva dall’Avvocatura generale dello Stato nel caso il blocco fosse stato dichiarato illegittimo fino dal momento della sua entrata in vigore con il decreto legge 78/2010 (la manovra correttiva targata Tremonti). Anche se il Governo dovrà provvedere alla riapertura della fase negoziale con i sindacati per sbloccare i contratti. Senza considerare che si pone il problema dell’indennità di vacanza contrattuale che, almeno in via teorica, dovrebbe essere prevista per quest’anno nel periodo compreso dalla pubblicazione della pronuncia della Corte, attesa per luglio) fino al 31 dicembre. Il punto di partenza da cui calcolare la nuova maggiore spesa (si veda altro articolo in pagina) è di 1,7 miliardi nel 2016, per arrivare a un cumulato di 6,6 nel 2018 stando all’esercizio di stima a politiche invariate contenuto nel Def 2015, che tiene conto anche degli andamenti occupazionali del pubblico impiego, in prospettiva alleggeriti dallo stop del turn over. Ma come tutte le sentenze “pro futuro” non comporta oneri immediati o automatici sui saldi: le scelte da assumere ora toccano al Governo con la legge di Stabilità.

I sindacati accolgono con favore, anche se con sfumature diverse, la pronuncia della Corte e chiedono al Governo di aprire subito la trattativa sui rinnovi. Sono trascorsi quasi sei anni (oltre 2mila giorni) dall’ultimo rinnovo nel pubblico impiego. Il pressing di Cgil, Cisl e Uil è immediato, anche se proprio la Uil sostiene che quella della Corte costituzionale «è una sentenza politica» che «salva il governo Renzi dall’ennesima batosta dopo quella sulle pensioni». La pronuncia della Consulta arriva, infatti, subito dopo quella sulla Robin tax (dove anche in quel caso non sono stati previste effetti retroattivi) e sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni deciso dall’esecutivo Monti dichiarato illegittimo dalla Corte (qui invece con effetti retroattivi che hanno fatto scattare un decreto di rimborso da 2,18 miliardi in pagamento il primo agosto e un onere aggiuntivo da mezzo miliardo dal 2016 in poi).

La Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sul blocco dei contratti da due distinte ordinanze presentate da una serie di sigle sindacali del pubblico impiego (la prima da Flp, Fialp, Gilda-Unams, Confedir e Cse e la seconda Confsal-Unsa) contro le norme previste da due decreti (articolo 9 dl 78/2010 e articolo 16 dl 98/2011) che per fronteggiare l’emergenza finanziaria hanno sospeso i rinnovi contrattuali. Le misure finite nel mirino dei sindacati erano, oltre al blocco dei contratti, lo stop ai trattamenti accessori, le progressioni di carriera e la vacanza contrattuale. In particolare la contestazione riguardava la lunghezza del periodo di blocco, che è superiore al biennio, un intervallo che in passato era stato giudicato “congruo” dalla Corte. Che nel suo comunicato ufficiale dichiara «l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego, quale risultante» non solo «dalle norme impugnate», ma anche «da quello che lo hanno prorogato».

Il Governo ieri non ha commentato la sentenza. Solo il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti (Scelta civica) ha detto la sua: «Il blocco degli stipendi nella pubblica amministrazione era una norma che non ci è mai piaciuta, perché è un taglio lineare per eccellenza». «Ora che la Corte ha tolto questa facile e ingiusta scappatoia – ha aggiunto – tutta la politica e non solo Scelta Civica, che lo ha sempre predicato, dovrà accettare di confrontarsi con la sfida di una vera spending review che riguardi anche i costi del personale, garantendo scatti salariali a chi fa il suo dovere e smettendo di attribuire retribuzioni variabili di risultato a pioggia».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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