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Comuni e Province, doppio correttivo sui salari integrativi

Si riaccende il caos dei salari accessori “illegittimi” negli enti locali, e riparte la macchina dei correttivi per provare a mettere una pezza a un problema esplosivo, soprattutto alla vigilia di un turno elettorale che chiamerà alle urne in primavera circa 1.300 Comuni. Un fronte, questo, scaldato anche dal problema dei circa 2.500 precari delle Province, che nel Milleproroghe hanno ottenuto la possibilità di rinnovo dei contratti per un altro anno ma solo negli enti che hanno rispettato i vincoli del Patto di stabilità: si tratta di una clausola abituale per questo tipo di norme, che questa volta rischia però di far saltare i contratti nella maggioranza degli enti di area vasta perché le difficoltà finanziarie prodotte dalla zoppicante attuazione della riforma hanno spinto fuori dagli obiettivi del Patto tutte le Città metropolitane e 69 Province (questo dicono i dati dell’ultimo monitoraggio dell’Economia, presentato sul Sole 24 Ore del 4 dicembre). Ma andiamo con ordine.
Ancora una volta, la grana dei salari integrativi parte dal Comune di Roma, dove i sindacati hanno scritto un fitto calendario di agitazioni per respingere il rischio di nuovi tagli in busta paga, dopo quelli subiti lo scorso anno nei tentativi di adeguamento alle regole nazionali. Tutto nasce dalle contestazioni mosse dalla Ragioneria generale, a Roma come a Firenze, Vicenza e in tanti altri Comuni, alla prassi diffusa della distribuzione a pioggia degli integrativi, slegata da una reale selezione in base a parametri di produttività. Un primo tentativo di spegnere l’incendio si è avuto nel 2014, con la “sanatoria” scritta all’articolo 4 del decreto legge 16 in cui, negli enti in linea con i vincoli generali di finanza pubblica, si è permesso di recuperare le somme erogate illegittimamente attraverso tagli ai nuovi fondi decentrati anziché chiedendole individualmente a chi le aveva ricevute. In molti degli enti locali interessati questo ha portato alla ristrutturazione dei fondi ma a Roma, anche a causa delle tante traversie vissute dall’amministrazione del Campidoglio fino all’arrivo del commissario Tronca, il lavoro è ancora da fare.
Due correttivi per spegnere l’incendio sono stati presentati ieri da Marco Causi, deputato del Pd e vicesindaco per tre mesi dell’ultima giunta Marino (dopo otto anni da assessore al Bilancio con Veltroni) da cui è uscito con le dimissioni mentre il sindaco resisteva in Campidoglio. Gli emendamenti, presentati al «decreto-città» (il Dl 185/2015) ma probabilmente destinati a transitare nel Milleproroghe vista l’intenzione del Governo di non modificare il primo provvedimento, affrontano in modo distinto il problema di Roma e quello più generale. Per capire la soluzione proposta per la Capitale, bisogna partire dal fatto che il fondo decentrato è costituito da una parte stabile, che finanzia le voci fisse, e da una variabile: a Roma, numeri alla mano, accanto a una parte variabile sovradimensionata si incontra una quota stabile inferiore del 20% a quella di Milano, mentre la distanza è del 26% rispetto a Firenze e arriva al 58% nel confronto con Napoli. L’emendamento propone quindi di parametrare le risorse stabili di Roma a quelle delle altre città con più di 300mila abitanti, garantendo l’invarianza della spesa complessiva con un taglio alle quote variabili. Sul piano complessivo, invece, l’altro emendamento chiede di estendere la possibilità di evitare i recuperi individuali anche alle somme illegittime erogate nel 2014, e di allungare i tempi nei quali effettuare il taglio compensativo ai fondi decentrati per riequilibrare la spesa in eccesso. I testi presentati parlano di 15 anni, mentre le regole attuali offrono un tempo pari a quello in cui si è verificato lo sforamento.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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