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Caos per 1.500 aziende pubbliche

Entro il 1 ottobre prossimo almeno 1.500 società partecipate dovrebbero spezzare i propri rapporti con i Comuni, e passare ai privati oppure chiudere i battenti. Ma non accadrà. La “riforma” è in «Gazzetta Ufficiale» da tre anni e, dopo la solita catena di proroghe, arriva ora alla prima scadenza. Fra otto giorni, i Comuni fino a 30mila abitanti, cioè il 96% dei municipi italiani, dovrebbero dismettere le proprie società, a meno che queste abbiano chiuso in utile tutti i bilanci degli ultimi tre anni. In teoria una rivoluzione, in pratica un caos: alla scadenza ci si è avvicinati in silenzio, quasi nessuno ha lavorato alle privatizzazioni ed è probabile che alla fine non succeda nulla (magari grazie al solito rinvio in extremis). Al punto che in questi giorni il Governo Letta sta lavorando a un decreto di riordino, che potrebbe vedere la luce nei prossimi giorni. Tutto nasce dalla manovra estiva 2010, che nel tentativo di alleggerire la macchina pubblica e dare una spinta alla concorrenza ha previsto di azionare il machete contro le partecipazioni societarie comunali fuori dalle grandi città. Secondo la versione originale, gli enti fino a 30mila abitanti avrebbero dovuto liberarsi entro la fine di quell’anno di tutte le loro società, mentre i Comuni fra 30mila e 50mila abitanti avrebbero potuto tenere una partecipazione sola. Lima questo e correggi quello, la data limite per gli enti fino a 30mila abitanti si è spostata fino al 30 settembre 2013 (quella per i Comuni più grandi, dopo una serie di proroghe scoordinate, è slittata addirittura al settembre 2014) e sono state inserite una serie di clausole per “salvaguardare” le società con i conti in ordine: quelle che hanno chiuso gli ultimi tre consuntivi in attivo e non hanno subito perdite tali da imporne il ripiano all’ente controllante (ma nessuno si è mai premurato di chiarire in quale ambito temporale) possono rimanere proprietà del Comune. Sul tema, poi, si sono esercitate le sezioni regionali della Corte dei conti, con interpretazioni a volte rigidissime e in altri casi iper-flessibili (ci sono pareri che hanno anche escluso dalla norma i servizi pubblici tout court). Si è così arrivati alla prima scadenza, senza che ci sia un’indicazione ufficiale su quante e quali società siano da dismettere. Per avventurarsi nei calcoli si può partire dal censimento condotto nel 2012 dalla sezione Autonomie della Corte, secondo cui le società dei Comuni medio-piccoli sono circa 2.500, e nel 35% dei casi hanno chiuso in perdita almeno uno dei tre ultimi bilanci. Così ragionando si arriva a 850 aziende destinate alla liquidazione, ma questo numero è solo un punto di partenza: la crisi economica ha colpito anche le società pubbliche (nel solo 2011 i risultati di esercizio delle partecipate, secondo la Funzione pubblica, sono crollati del 77%), per cui è probabile che le aziende con almeno un bilancio in rosso negli ultimi tre anni siano parecchie di più. Nel conto vanno fatte rientrare anche le almeno 4-500 società strumentali, che per la spending review del Governo Monti (articolo 4 del Dl 95/2012) devono essere liquidate entro fine anno. Insomma, almeno 1.500 aziende pubbliche, che impiegano decine di migliaia di persone e che non hanno idea del loro futuro prossimo.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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